Progetto Martha Argerich

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Opere

George Antheil

Ballet mécanique per quattro pianoforti e percussione

 

Nato nel New Jersey, George Antheil studiò pianoforte con Constantine von Sternberg a Philadelphia e in seguito composizione con Ernest Bloch a New York. Nel 1920 a vent’anni giunse a Parigi dove si trovò in prima fila ad interpretare come pianista la dimensione artistica più avanzata nel clima di partigianeria che in quegli anni divideva ferocemente il pubblico tra fedeli alla tradizione e propugnatori del nuovo nelle forme radicali della modernità. Lo testimonia il film di Marcel L’Herbier (L’inhumaine) che, dal palcoscenico del Théâtre des Champs Elysées, riprese gli spettatori in tumulto proprio durante un suo recital del 4 ottobre 1923. In anni di grande interesse per la tecnica e l’urbanesimo che stavano radicalmente trasformando le abitudini, in quanto americano Antheil si trovò al centro dell’interesse in Europa, al punto che nel 1930 gli fu offerta la possibilità di presentare a Francoforte la sua opera ambientata nell’animata campagna elettorale statunitense (Transatlantic). Fortemente influenzato da Stravinsky, in particolare dall’uso ritmico e percussivo del pianoforte, compose vari lavori ispirati alla macchina (Mechanism, Airplane Sonata, The Death of Machines) e soprattutto nel 1923 il Ballet mécanique, immaginato come musica di accompagnamento di un film muto che effettivamente in seguito fu realizzato da Fernand Léger. La composizione aveva la pretesa di superare ogni residuo di soggettivismo attraverso l’impiego di strumenti meccanici veri e propri. La prima versione parigina prevedeva, accanto a 8 pianoforti, una pianola, 4 xilofoni, 2 motori d’aeroplano, campanelli elettrici e percussioni varie. La seconda, presentata alla Carnegie Hall di New York nel 1927 allineava 16 pianoforti e un impianto percussivo ancor più esteso in direzione rumoristica, che sottolineava l’immedesimazione nella vitalistica espressione sonora della società industriale. Pur essendo una delle opere più rappresentative dell’epoca, a causa dell’organico inconsueto, il Ballet mécanique non riuscì ad installarsi nel repertorio. Negli anni 50 l’autore stesso ne curò una versione per 4 pianoforti e percussione che ha avuto il merito di rimettere in circolazione una composizione assai significativa per la definizione in musica del fronte modernista più direttamente legato al condizionamento tecnologico della realtà. Va però ricordato che inizialmente il Ballet mécanique risuonò in alcune esecuzioni semiprivate, e come prima esecuzione integrale con otto pianoforti e un’estesa percussione distribuiti nelle varie sale del palazzo di una ricca signora americana, la quale se ne era appropriata per far convergere sulla sua iniziativa l’attenzione del “tout Paris”, ripagato con champagne fatto scorrere a fiumi dopo la presentazione dell’opera diretta da Vladimir Golschmann in una manifestazione esclusiva che, più che a un concerto dalle intenzioni provocatorie, assomigliava a un party.

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