Progetto Martha Argerich

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Opere

Jorge Bosso

Il suono della Shabbath - Spiritualità e umanità della musica ebraica

 

La musica che al tempo di Davide risuonò con fasto regale nel Tempio di Gerusalemme è muta per sempre. Qualcosa delle musiche sinagogali, scampate alla grande diaspora del 70 d.C., riuscì forse a passare nel canto ambrosiano e gregoriano sotto forma d’intonazioni modali ornate di melismi. Lo affermava già Isidoro di Siviglia nel VII secolo, ma su di un ipotetico Ur-Melos ebraico tramessoci dalla tradizione orale non andiamo oltre le speculazioni ottimistiche sulle quali Benedetto Marcello fondò la sua versione dei Salmi dopo ripetute audizioni dei cantori ashkenaziti e sefarditi ospiti del ghetto più antico d’Europa, quello veneziano. “Ogni tentativo in tale direzione appare fallimentare e privo di rigore scientifico” ha ammesso di recente Israel Adler. La dottrina rabbinica fiorita per tutto il Medioevo lodava talvolta l’uso di belle voci modulate a fini di culto, ma il lutto per la distruzione del Tempio riecheggiava sovrano nell’aspra condanna del Talmud babilonese: “L’orecchio che ascolta musica sia tagliato”, e perfino il sommo Mosè Maimonide (1135-1204) lanciò l’anatema sui testi profani, gli strumenti, il far musica “mentre si beve vino”, il canto femminile. In pratica la distinzione fra sacro e profano ammetteva molte attenuazioni; ad esempio erano autorizzati – anzi addirittura prescritti – banchetti, canti e lodi in onore di Dio in occasioni come il matrimonio, l’adempimento di un voto, la circoncisione di un neonato, la festa di Purim e altre ancora. La capacità di assimilazione dimostrata dal popolo ebraico nei più vari contesti geografici e culturali fece il resto. Musici e ballerini israeliti appaiono già a partire dal tardo Medioevo alla corte degli Scaligeri e dei Gonzaga come a quella di Costantinopoli; nel Contado Venosino attorno ad Avignone i più benestanti fra gli “Ebrei del Papa” si fanno mecenati di compositori cristiani fino a Settecento avanzato. Persino nei ghetti della Mitteleuropa epocali movimenti di pensiero finirono per ribaltare il disvalore attributo alla pratica musicale dal rigorismo dei rabbini ortodossi. Il primo fu la Qabbalah, fiorita nel XVI secolo dagli insegnamenti di Yitzhaq Luria. I cabbalisti credevano che le porte dei cieli si aprissero per ricevere chi avesse ben intonato salmi, inni e preghiere, così unendosi al canto universale degli angeli e dei venti che agitano le fronde del Paradiso. Parlavano di oneg shabbath, ossia “la delizia del sabato”: paradiso in miniatura simboleggiato da una regina prigioniera in cielo (in ebraico shabbath è femminile) che discende sulla terra una volta la settimana. Preghiera e studio delle Scritture – ma anche pasti collettivi, canti e danze, rapporti coniugali – vi disegnavano un’armoniosa integrazione fra umanità e spiritualità il cui nucleo filosofico, venato di occulti temi gnostici che destarono molto interesse nel coevo pensiero rinascimentale, confluì due secoli dopo nel chassidismo. Meno elitari e più vicini all’umile pietà popolare, i chassidim conservarono sì per il culto ufficiale l’ebraico classico della Bibbia e l’aramaico delle preghiere liturgiche come il Kol Nidrei, con le relative intonazioni solenni raffinate per secoli dai cantori sinagogali (i chazzanim), ma si appropriarono parallelamente di tradizioni musicali slave, ungheresi, danubiane. Tradussero in yiddish le canzoni dei loro vicini cristiani e l’amor profano in amor sacro – se non in un’inestricabile fusione tra i due, come insegnava il Cantico dei Cantici. Dagli onnipresenti zigani mutuarono ritmi furiosi di percussioni, languori di clarinetti e violini. Soprattutto crearono un’estatica espressione vocale detta niggun (melodia), un canto senza parole che dominava le libere riunioni dove s’inseguiva la devequt, l’adesione totale a Dio. Dice un maestro chassidico: “Il silenzio è meglio del discorso, ma il canto è meglio del silenzio”. Rabbi Uri di Strelisk, morto nel 1826, udì un giorno dei suonatori e commentò: “Delle aule celesti quella della musica è la più bassa ed angusta, ma per chi vuole avvicinarsi a Dio basta entrare in questa”.

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