(Reuters Pictures)

80 voglia di Piano

Un omaggio al poeta dell'architettura funzionale

di Andrea Sala

Ebbene sì. Nonostante il 14 settembre 2017 compia ottant’anni, ho ancora tanta voglia di Piano. In un momento storico dove la smodata ricerca dell’originale spinge le archistar verso confini sempre più lontani, ritengo necessario tessere le lodi di un innovatore razionale e funzionale quale Renzo Piano.

I caratteri tipici dell’opera del maestro genovese (la quale oscilla all’interno di un ampio spettro di tipologie che comprendono la più grande varietà di forme, materiali e strutture) trovano la loro massima espressione nei progetti legati al mondo culturale. Mondo che, dall’estate del 1988 con l'esposizione Deconstructivist Architecture al Museum of Modern Art di New York, è stato travolto (ed è tutt’ora rapito) dall’architettura “senza geometria” promossa da personalità del calibro di Daniel Libeskind, Frank O. Gehry e Zaha Hadid. Questa architettura, basata sul rifiuto della purezza formale e sulla velleità di costruire a tutti i costi qualcosa di innovativo e progressista, ha prodotto una serie di edifici-monumento dove il recipiente ha spodestato irrimediabilmente il contenuto, relegandolo ad un ruolo marginale.

 

(Museo nazionale delle arti del XXI secolo)

Faccio un esempio: il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, ultimo grande progetto realizzato dall’architetto recentemente scomparso Zaha Hadid. Se dall’esterno le pesanti strutture serpentiforme dell’architetto britannico d’origine irachena non mi avevano entusiasmato, varcata l'entrata e ritrovatomi negli spazi espositivi sono rimasto attonito. La teatralità delle sale è impressionante, così come la loro inadeguatezza nell'ospitare una collezione d’arte contemporanea. Le difficoltà d’allestimento, dovute in particolare alla pressoché assenza di pareti lineari, sono infatti palesi. In risposta a tali critiche la Hadid affermò che sono le collezioni a dover dialogare con l’architettura. Pur essendo molto attratto dai principi architettonici decostruttivisti (in particolare dal concetto di “caos controllato” come elemento ordinatore), credo invece che, per quanto esteticamente rivoluzionaria, debba essere l’architettura a dialogare con le collezioni e, in generale, credo che sia un suo compito quello di essere funzionale al contenuto. Ed è proprio per questa ragione che ho ancora tanta voglia (e bisogno) di Renzo Piano, portatore sano del progresso, nonché antidoto ideale agli eccessi decostruttivisti.

 

(Centro Georges Pompidou)


La coerenza architetturale di Piano (termine a lui caro, dato il fermo rifiuto del concetto di stile) è frutto di anni di sperimentazione e trae origine dagli insegnamenti pragmatici del padre. Da quest’ultimo, costruttore edile di professione, ha maturato la consapevolezza che gli architetti sono tenuti a rispondere a esigenze che trascendono l’estetica. Tra queste esigenze, che possono essere di carattere geografico, storico e sociale, hanno un particolare peso all’interno del panorama architetturale attuale quelle di natura funzionale. Secondo Piano, l’architettura deve infatti essere inderogabilmente funzionale alla missione di ogni edificio costruito. Questo principio lo possiamo trovare in tutte le sue opere, per quanto differenti esse siano, dal Centro Georges Pompidou di Parigi fino alla Fondazione Beyeler a Basilea.
 


 

In effetti non potrei prendere in esame due opere più differenti. La Fondazione Beyeler, inaugurata nel 1997, è un classico museo d’arte contemporanea, dove un’architettura leggera, luminosa e trasparente valorizza ed esalta le caratteristiche intrinseche della sua magnifica collezione. Il Centro Pompidou, progettato in collaborazione con l’architetto inglese Richard Rogers e realizzato tra il 1971 e il 1977, è invece un centro culturale concepito principalmente con il fine d’infrangere la visione elitaria della cultura (visione che all’epoca era dominante). L’aurea d’inacessibilità tipica dei pesanti e polverosi edifici culturali di un tempo viene qui cancellata grazie ad un’architettura provocatoria, eleggendo un’apparente fabbrica a luogo di cultura. Il Centro Pompidou è il perfetto esempio di come la rivoluzione estetica in architettura debba in realtà trarre origine da una rivoluzione concettuale. Senza questo rapporto tra ricerca estetica e motivazione etica-concettuale, la smodata ricerca dell’originale rischia di sfociare, come direbbe il giornalista e scrittore francese Vincent Noce, in templi eretti sull’ego degli architetti.

 

(Centro Paul Klee)


 

Oscillante tra il mandato di funzionalità e altre necessità comunicative (come l’esigenza di rottura che si respira nel progetto del Beaubourg oppure l’anelito alla bellezza che si respira in altri progetti) l’opera architettonica di Piano trova la sua sintesi nel Centro Paul Klee di Berna. Un’opera che, seppur adempiendo alla missione di essere funzionale, non rinuncia a una certa poeticità, tanto che alcuni hanno criticato a Piano di aver progettato un edificio monumentale sulla falsariga dei decostruttivisti. Nella risposta a queste critiche, l’architetto genovese ha condensato in suprema sintesi il concetto che sta alla base di tutto il suo fare architettura: L'architetto è alla costante ricerca della poesia. Il termine "poesia" è forse più corretto di "bellezza". L'architetto cerca la poesia all'interno di un organismo che dev'essere funzionante e funzionale, ma sarebbe stupido pretendere che un museo debba essere assolutamente neutro. Ed è altrettanto stupido che il museo, in quanto opera d'arte, soggioghi ciò che accoglie.