Jeff Koons

Ars attack

La bellezza negata nell’arte contemporanea

di Mattia Cavadini

Che fine ha fatto l’arte? Tra la fine del Novecento e il primo quindicennio degli anni Duemila sembra sia stata inghiottita dentro un tunnel dell’orrore, popolato di squali in formaldeide (firmati Damien Hirst), figure gonfiabili (Jeff Koons), cloache meccaniche (Wim Delvoye) e autoritratti scolpiti nel proprio sangue congelato (Marc Quinn).

La provocazione e la goliardia hanno sostituito la bellezza, dando la stura a una serie di rappresentazioni grottesche, funeree e raccapriccianti. Il tutto legittimato dall’etichetta del post-umano. Etichetta cha ha consentito a Stelarc di esibirsi nudo agganciato a supporti con decine di uncini conficcati nella pelle, a Matthew Barney di eleggere ad arte i suoi mutanti, a Takashi Murakami di produrre una serie sterminata di manga e Vanessa Beecroft di assimilare indistintamente manichini a modelle anoressiche.

 

Vanessa Beecroft

Parafrasando Benjamin, nell’era della riproducibilità tecnica l’opera d’arte sembra essere sparita, soppiantata da una sequela di installazioni, video, performance a effetto choc o che, all’opposto, anestetizzano il pubblico con opere iper-concettuali, meta-narrative e sur-artistiche che alludono al vuoto (come nel caso della Digital art computerizzata, regno di una razionalità estrema, che rende arido e vacuo il minimalismo geometrico).

Nulla di grave se tutto ciò costituisse una tendenza, cui, nel gioco delle parti e dello sviluppo culturale, si opponessero altre voci, di segno contrario. Il problema, invece, è che questa tendenza sembra essere assurta a dogma incontestabile. Chi ha frequentato le Biennali degli anni Novanta e Duemila, da Venezia a Istanbul, passando per le fiere di tendenza come la Frieze London, la mostra mercato di Basilea e la prestigiosa dOCUMENTA di Kassel, ha scritto che «l’arte contemporanea è un surrogato della religione, che si celebra in ghetti patinati» (Sarah Thornton ne Il giro del mondo dell’arte in sette giorni, 2009). Una religione dogmatica, che non ammette critiche.

Simona Maggiorelli, nel suo bel saggio Attacco all’arte. La bellezza negata (L'asino d’oro edizioni), ha evidenziato come le poche voci critiche che hanno osato levarsi contro questo dogma, siano state zittite, tacciate di passatismo e di conservatorismo. È successo all’ex direttore del Musée Picasso Jean Clair quando ha pubblicato il pamphlet L’inverno della cultura (2011) e saggi come De immundo (2005), in cui denunciava il cinismo e la perdita di senso della produzione artistica contemporanea che cerca di scandalizzare scegliendo l’informe, utilizzando scarti biologici e altri rifiuti, cadaveri, deiezioni e gli aspetti più prosaici della quotidianità. Ed è successo anche al premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, quando si è permesso di prendere in giro l’encomio generalizzato verso l’arte iper-concettuale che si registra nei maggiori musei d’arte contemporanea di tutto il mondo. Un’encomio che a Vargas Losa appare come “un imbroglio monumentale su cui gallerie, musei, illustrissimi critici, riviste specializzate, collezionisti, professori, mecenati e mercanti sfacciati si sono messi d’accordo per ingannarsi, ingannare mezzo mondo e, di passaggio, permettere che pochi si riempissero le tasche grazie a una simile impostura”.

 

Hans-Peter Feldmann

Voci critiche che, come detto, non sono state ascoltate dall’impero dogmatico dell’arte. Il motivo è semplice, e ce lo ricorda ancora Simona Maggiorelli: “Nella cosiddetta società delle immagini, della pubblicità, della fotografia, degli avatar e della realtà virtuale, pare non esserci più spazio se non per figurazioni svuotate di senso, e una desertificata astrazione. Cosi piace al ristretto e facoltoso pubblico che frequenta le aste a Londra, a New York, in Svizzera. Il valore economico delle mucche squartate e conservate da Hirst in teche simil-acquario è da capogiro. Non importa se fra dieci anni saranno poltiglia. Per gli artifici della finanziarizzazione dell’arte contemporanea, per i tycoon ultramiliardari che le acquistano, conta la spettacolarizzazione, il gigantismo, la dismisura. Non importa se l’effetto è palesemente kitsch. Il fatto che opere di questo tipo siano diventate uno status symbol per pochi (chi, anche volendo, potrebbe tenerle in salotto?) ha fatto strage di ogni altro significato. Ai galleristi non importa se tutto ciò abbia provocato un impoverimento culturale della proposta, gli interessa che l’opera abbia le caratteristiche per essere vendibile all’upper class. Il pubblico che frequenta le biennali, le gallerie e i musei del contemporaneo, del resto, non se ne lamenta. Anzi. Sembra sentirsi parte di una élite, di un circolo esclusivo, di una «statusfera», direbbe Tom Wolfe”. (Simona Maggiorelli, Attacco all’arte. La bellezza negata, L'asino d’oro edizioni).