(Keystone)

Bayreuth, mon amour

Wagner, tra mito e realtà

di Sabrina Faller

Richard Wagner ha cambiato la mia vita. C’è un prima e c’è un dopo. E il dopo  significa anche quell’appuntamento che si rinnova ogni estate per me ormai da nove anni con il Festival di Bayreuth. Avvolto da un’aura leggendaria e quasi mistica, il fascinoso Festspielhaus sulla collina verde appare ai molti come una specie di miraggio, di meta irraggiungibile che è lecito solo poter sognare: non sono bugiarde le storie di tenaci wagneriani che raccontano lunghi anni di attesa, anche oltre il decennio, per accedere al tempio del Maestro tedesco, luogo di delizie acustiche e musicali che intender non le può chi non le prova. Tenaci, ho detto, perché aspettano con paziente ardore il magico momento in cui stringeranno fra le dita i biglietti per l’ineguagliabile sala semicircolare voluta e ideata dallo stesso Wagner, sorretto dalla lunga esperienza dell’architetto Gottfried Semper.

 

Ma la passione per la Bayreuth di Wagner –che non significa solo festival, ma anche casa e tomba del Maestro- scoppiò un giorno di luglio in casa di amici, abituali frequentatori del festival (per essere tali di solito occorre far parte di un’associazione wagneriana o legata alla città), quando decisi di punto in bianco che quell’anno, cioè dopo pochi giorni,  sarei partita per Bayreuth, avrei respirato quell’aria, avrei reso omaggio alla sua tomba e sarei entrata in quel teatro. Il Festival inizia il 25 luglio e si chiude il 28 agosto. Era tardi per cercare una stanza in città a un prezzo abbordabile, trovai un piccolo albergo a venticinque chilometri dalla cittadina bavarese, in mezzo alla  regione collinare denominata Fichtelgebirge (parte della più vasta ‘Svizzera francone’ o Fränkische  Schweiz), chiamai il teatro e dissi quello che mi urgeva dire, e cioè che ‘dovevo’ essere lì, con o senza biglietto d’ingresso. Il biglietto saltò fuori e potei assistere al Tristan und Isolde diretto da Peter Schneider per la regia di Christoph Marthaler e al bellissimo Parsifal  allestito da Stephen Herheim,  sotto la bacchetta di Daniele Gatti, con il quale realizzai la prima intervista a Bayreuth.

 

Il primo incontro con l’acustica della sala è sconvolgente, come sanno quelli che non temono di piangere di commozione. Il Maestro Gatti mi spiegò come il suono arriva in palcoscenico dal golfo mistico a imbuto che nasconde l’orchestra al pubblico –una delle grandi invenzioni teatrali di Wagner, insieme al buio di scena- e lì rimbalza verso il pubblico. Poi, tornando a Bayreuth in una fresca giornata di maggio in occasione della Notte dei Musei, avrei avuto l’opportunità di visitare il backstage, la buca calda dell’orchestra,  sedermi sul podio del direttore, vedere la platea dal palcoscenico, quel delizioso tripudio di  pastelli, la conchiglia celeste del soffitto, il rosa antico delle pareti, e la dolcezza aspra del legno nei sedili spartani, voluti così, con lo schienale breve e doloroso, per non arrecare danno all’acustica, come l’assenza di condizionatori d’aria che provoca  svenimenti in certe caldissime serate estive.

 

Il Festival di Bayreuth, consacrato esclusivamente alla rappresentazione di drammi  wagneriani,  è il più antico festival musicale europeo, nato nel 1876 dalla volontà di Richard Wagner di promuovere la sua idea di ‘opera d’arte totale’ attraverso le rappresentazioni dei suoi drammi musicali, in particolare della Tetralogia e di Parsifal. La manifestazione ha avuto vita tormentata e discontinua, a causa delle difficoltà finanziarie agli inizi, e delle due guerre mondiali in seguito. L’ascesa al potere di Adolf Hitler e del partito nazista in Germania hanno impresso a Bayreuth un marchio difficile da cancellare. E’ nota la passione del Führer per la musica di Wagner ed è noto anche l’antisemitismo del compositore: da una parte autore del libello Il Giudaismo in musica, ma dall’altra pronto ad affidare il podio a direttori ebrei, come Hermann Levi, primo direttore di Parsifal , fortemente voluto da Wagner, che per sé amava ritagliarsi il ruolo di regista.

 

Risparmiato dai bombardamenti  ma destinato dagli americani a ospitare spettacoli di music-hall nell’immediato dopoguerra, il teatro e il Festival rinascono a partire dal 1951 sotto la guida di Wolfgang (1919-2010) e di  Wieland Wagner (1917-1966), quest’ultimo grandissimo regista che rivoluziona gli allestimenti wagneriani, riscoprendo in modo del tutto nuovo il carattere sperimentale dei primordi.  Wolfgang  guida il Festival fino alla morte,  lasciandone l’eredità alle due figlie, la giovane Katharina e la più matura Eva, divenuta dal 2015 solo consulente, lasciando così le redini alla sorella più giovane. In questi ultimi anni il Festival ha riconfermato la sua vocazione innovatrice e trasgressiva, almeno per quanto riguarda l’aspetto registico, con esiti alterni. Chi ha visto i più recenti allestimenti di Tannhäuser, Lohengrin, Der Fliegende Holländer, Parsifal, Der Ring des Nibelungen, sa di che cosa stiamo parlando. Tutti molto discussi, alcuni di grande successo, come il noto ‘Lohengrin dei topi’ di Hans Neuenfels, in cui il coro è in scena in costume topesco dall’inizio alla fine; altri in grado di suscitare perplessità, come il Tannhäuser di Sebastian Baumgarten ambientato in una fabbrica di biogas, e uno vero capolavoro incompreso dai più, ovvero il Ring di Frank Castorf, che individua nel petrolio l’oro del Reno dei nostri tempi e costruisce una spettacolare scenografia, mescolando arditamente teatro e cinema.

 

Incredibile e forse unico al mondo è il pubblico internazionale che assiste a questi spettacoli, pubblico di veri appassionati, non di turisti. Troppo scomodi i sedili e troppo lunghe le permanenze su di essi perché  il Festival diventi passerella di mondanità! Ogni anno ci ritroviamo lì da tutto il mondo, pronti a dibattere fino allo sfinimento su questo o quello spettacolo, in teatro, al termine di ogni rappresentazione, o fuori, nei ristoranti, nei bar, negli alberghi, nei luoghi legati al nome di Wagner, che sono meta di pellegrinaggio per gli appassionati. Ci riconosciamo nella sua arte somma perché, scrive nel 1875 un Nietzsche ancora ‘innamorato’ in  Richard Wagner a Bayreuth,  “i suoi pensieri sono sovratedeschi e il linguaggio della sua arte non parla a nazioni, bensì a uomini. Ma a uomini dell’avvenire.”