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Che nostalgia!

Il teatro di Sergio Maspoli trent'anni dopo

di Mattia Cavadini

A trent'anni dalla scomparsa (13 aprile 1987), il teatro dialettale di Sergio Maspoli continua a far sorridere e a commuovere il pubblico del Canton Ticino. Andato in onda per oltre 40 anni sulle frequenze dalla radio (l’esordio fu nel 1940 nell’allora Radio Monte Ceneri), il teatro della Domenica popolare costituisce una sorta di vox populi, in grado di incarnare personaggi e volti che da sempre appartengono all’immaginario della cultura popolare.

 

Fortemente ancorate alla tradizione, eppure venate di una sottile critica sociale, le storie di Sergio Maspoli descrivono un Canton Ticino in piena trasformazione, quello che lentamente si lascia alle spalle il mondo rurale ed agricolo e volge al terziario. Una trasformazione faticosa, a tratti anche dolorosa, che Sergio Maspoli sa descrivere con arguzia, ironia e con una manciata di nostalgia, perché nelle tradizioni di un paese ci sono le sue origini, c’è la sua storia, c’è tutto un castello di valori che, se abbandonati troppo rapidamente (senza l’adeguata transizione e senza l’elaborazione di nuove prospettive), rischiano di lasciare il vuoto e di consegnare il territorio ad un presente incerto, nudo e devastato.

Autore di testi narrativi (I maliardi, 1969) e di poesie (La bottega da nüm matt, 1965) di assoluto pregio (che gli valsero le lodi di Bianconi, Menapace e addirittura una segnalazione di Contini), il nome di Sergio Maspoli si lega in modo precipuo all’universo del teatro dialettale. Un teatro, però, atipico, visto che la maggior parte dei suoi copioni sono stati prodotti non per il palcoscenico ma per il microfono e la telecamera. Sono oltre 1500 i lavori prodotti da Maspoli per la radio, 13 le commedie televisive, solo 7 quelle prodotte per la scena, scritte tutte a fine carriera (tra cui Vintmila in crüsca, 1981 e La Signorina Antonia, 1985).

 

La produzione teatrale di Maspoli è enorme. La sua cifra, sia in termini linguistici che in termini semantici, è la cultura popolare. Nel teatro di Maspoli si specchia infatti un Ticino quotidiano, vero e autentico, sottratto agli stereotipi della Sonnenstube, dell’allegria forzata e del manierismo. I personaggi messi in scena sono popolani, le storie rimandano alle tradizioni agricole (la caccia, la pesca, la mazza) e seguono i ritmi delle stagioni (primavera, vendemmia, festività, inverno). Anche la lingua utilizzata è la lingua del popolo, ovvero il dialetto, emblema del focolare domestico.

 

 

Il genere narrativo più frequentato è la commedia, declinata nei toni della farsa e dell’apologo. I personaggi assumono spesso i connotati della maschera, prototipi e bozzetti di una nostrana commedia dell’arte, che sa divertire e commuovere gli ascoltatori, inducendoli a riflettere sul conflitto fra passato e presente, tra tradizione e progresso.

 

È interessante ricordare, in conclusione, che Sergio Maspoli amava far recitare le proprie commedie radiofoniche in diretta, al fine di instaurare un contatto con il pubblico, conferendo così alle proprie commedie  una forte immediatezza e un legame con l’oralità. In questo senso riuscì a creare un connubio inaspettato fra la cultura orale e i moderni mezzi di comunicazione di massa.

I Maliardi: 10 racconti di Sergio Maspoli nell'omaggio di Rete Due