(Keystone)

Dario Fo

Il giullare che reinventò la lingua

di Mattia Cavadini

Il più grande giullare dell’età moderna non c'è più. I suoi occhi, quegli occhi enormi e vivaci, si sono chiusi, ma non la sua voce, quell’impasto di parole risuonerà per sempre nelle orecchie dei posteri.

Dario Fo era e rimarrà per sempre incarnato nel suo grammelot, quell’assemblaggio di suoni, presi in prestito da parlate diverse, frutto di nonsense e pernacchie, quella furia linguistica e satirica che travolgeva ogni cosa, ma in primo luogo travolgeva il potere, contro cui il giullare si scagliava indomito e sardonico. Un'invenzione che gli valse il Nobel nel 1997, con la seguente motivazione: “seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi”.

 

Dario Fo era fiero del tributo degli Accademici di Svezia, che con quella motivazione mostravano di aver capito la sua missione o, meglio, la loro missione. Lo disse subito: quel premio non era solo suo, ma era anche di Franca Rame, la sua Franca, la sodale, la consigliera, la moglie, la coautrice di molte commedie, il suo angelo, la donna che, dopo la morte, gli sarebbe apparsa in sogno ogni notte, quasi a volergli confutare l'ateismo.

Dario Fo e Franca Rame hanno portato avanti assieme la loro missione: irridere il potere, sovvertire la morale, mostrare la forza dirompente di ciò che sfugge al luogo comune, di ciò che si sottrae all’omologazione. Erano gli anni Sessanta quando cominciarono a mettere in scena il loro teatro dell’assurdo, piegandolo a una dimensione comica, con forti connotati clownistici. La dimensione dell’assurdo (ereditata da Jarry) venne confinata nei titoli (Gli Arcangeli non giocano a flipperChi ruba un piede è fortunato in amoreLa signora è da buttare, La colpa è sempre del diavolo), mentre la recitazione e la sceneggiatura furono incanalate sulla strada della satira e della critica sociale.

 

Il grande successo arrivò con Mistero Buffo nel ‘69, allorché Fo, sulla scia dei giullari e dei cantastorie, si trastullò con la materia religiosa, raccontando, tra sacro e profano, storie di papi tronfi e di lepidi villani. Fu allora che la satira si manifestò in tutta la sua potenza eversiva, sollevando i malumori dell’Italia democristiana e papale, che espunse la coppia Fo-Rame dalla ribalta televisiva e da tutto un circuito di teatri bianchi e neri. Vennero poi gli anni della contestazione, con la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione. Il teatro di Fo volse alla cronaca e al quotidiano. La satira fu direzionata verso un nuovo bersaglio: dalla derisione dell’ipocrisia religiosa si passò all’invettiva contro la politica, le istituzioni, i servizi segreti. Nacquero le pièces Morte accidentale di un anarchico”(sulla morte di Pinelli); Il Fanfani rapitoNon si paga non si pagaPum pum! Chi è? La poliziaTutta casa, letto, chiesa; Clacson, trombette e pernacchi.

 

Con l’avvento di Berlusconi al potere, fu lui il nuovo bersaglio, con il suo corollario di veline, sudditi e portaborse. Grammelot e satira: con queste armi, affinate negli anni, Dario Fo ha costruito il suo teatro, eleggendolo a luogo supremo per la sua missione etica, civile e politica. Una missione mai disdetta, anche dopo la morte di Franca Rame (occorsa il 29 maggio 2013).

 

Fino alla fine Dario Fo ha lavorato, ha scritto libri, ha dipinto quadri (riscoprendo e aderendo così alla sua prima vocazione, avendo frequentato il liceo artistico e l'Accademia di Brera). Fino alla fine ha portato in scena il suo testo più amato, Mistero Buffo. E questo nonostante il parere contrario dei medici, nonostante le insufficienze respiratorie e nonostante il fiato gli mancasse proprio in quel profluvio affabulatorio che l’ha reso unico e irripetibile.