Gabriele Salvatores durante l'intervista che ci ha concesso (RSI)

Gabriele Salvatores

Per me non è facile rivedere i miei film

di Marco Zucchi

Quando avevo diciassette anni Gabriele Salvatores mi entusiasmava. Aveva girato Ultima notte a Milano con la sua banda di "strani" e era proprio uno con un respiro leggero, giovane, coinvolgente. Dei film successivi mi aveva stregato Turné, forse perché Laura Morante sembrava scappata da qualche teogonia greca e per noi che avevamo i manifesti di Nanni Moretti alle pareti, la protagonista di Bianca lasciava senza fiato.

Poi l'ex ragazzo dell'Elfo ha fatto il botto con un film che (ormai potranno ammetterlo anche coloro che amano storcere il naso ogni volta che annusano toni scanzonati) era un piccolo e meraviglioso miracolo narrativo.

Finito quello, è transitato su strade meno semplici (e ci spiega il perché nell'intervista qui sotto), a volte tangenziali rispetto al consenso del pubblico, notoriamente abitudinario.

Nirvana ad esempio aveva tante idee che sembravano bizzarre e che viste ora (obsolescenza degli effetti a parte) sono più moderne di quanto si sia disposti a concedere. Forse era un bel film. Forse non lo era per niente. Ma il tempo gli è imprevedibilmente stato alleato (ed è illuminante vederlo al Torino Film Festival insieme a tanti altri che hanno provato a immaginare il futuro).

Salvatores poi non si è fermato mai e ha provato di tutto un po', rimanendo qualche volta con più agio nei radar e nelle logiche del mercato, qualche volta a fatica.

Un passo coraggioso, spedito e non scontato - l'ennesimo - lo ha compiuto un paio di anni fa affrontando un progetto per ragazzi, da ragazzi, con dei ragazzi.

Non facile per un ultrasessantenne, in un'epoca in cui cercare di stare al passo con le logiche teen dei social network rende facilmente patetici anche i trentenni.

Ne è nato un Ragazzo invisibile non privo di buonismo, ma anche di tenerezza espressiva. Un supereroe timido, invisibile e problematico che può ricordare Peter Parker, ma buttando uno sguardo più attento invece è forse proprio lui, l'ormai ex ragazzo invisibile - eppure tangibilissimo - del cinema italiano.

Uno che grazie a quel 30 marzo 1992 (in Europa era già il primo aprile...) ha potuto poi fare un po' quello che gli andava. Niente male, dopotutto.

 

L'intervista    


Seduti al bar di un albergone del centro di Torino, il giorno dopo una stracittadina calcistica milanese che ha tenuto alta la tensione del nerazzurro Salvatores, troviamo comunque intatto il suo consueto garbo.

È di passaggio al TFF, in una sorta di intercapedine temporale tra le riprese triestine del nuovo film (appena concluse: undici settimane e mezzo) e il lungo periodo di sala montaggio che lo attende.

Di passaggio ma con il ruolo importante di guest director, direttore ospite. La direttrice in carica Emanuela Martini gli ha commissionato "cinque pezzi facili" (il titolo l'ha deciso lui ed è mutuato da quello del film di Rafelson del 1970): cinque titoli per dare al pubblico un'idea di quali siano state le sue passioni cinematografiche giovanili.

Ne è uscito qualcosa di più. Qualcosa che non sa solo di cinema, ma anche di fuga da un destino che sembrava scritto:

"Dovevo fare l'avvocato"

 

I film che ti cambiano la vita. Per lui Jules e Jim, Blow Up, If, Alice's Restaurant, Fragole e sangue.

Vedere un regista di sessantasei anni commuoversi su un palco mentre parla di Truffaut non è una cosa che succede tutti i giorni. È successo. Lo hanno visto tutti. E un motivo, se si pensa al dolce nostalgismo che avvolge molta della filmografia di Salvatores (Marrakech Express e Turné per primi), ci sarà pure:

 

Come si confronta un regista con i suoi film?

Molti altri dicono che una volta fatti non li riguardano più. Il suo ragionamento è invece sottile e autocritico, affronta l'effimero e l'eterno:

 

Salvatores un po' come gli U2

Come Vasco Rossi, come Madonna: è un transnavigatore della cultura pop che ha sempre provato a ragionare su una trasformazione continua dei temi, dello stile, della materia, dei pubblici da raggiungere. Sembra sensato e interessante inscrivere in un tragitto di questo tipo il film più recente, Il ragazzo invisibile, che vuole parlare agli adolescenti quasi come una copia carbone (emancipata) dei blockbuster supereroici americani. Anche l'oggi e il domani passano da traiettorie adolescenziali e dal sequel attualmente in lavorazione.

 

Contermporaneamente fumetto, romanzo per ragazzi, film, rimbalzo sulle reti sociali. Sembra tutta materia molto nuova e attuale. Il regista però ricorda che già nei suoi excursus fantascientifici di vent'anni fa gli succedeva di provare a precorrere la marmellata multimediale:

 

Non si può non parlare con lui senza che almeno una volta il discorso non finisca sulla data che fa da discrimine nella sua carriera. Il momento in cui il giovane ex-teatrante dell'Elfo, convertito con gusto al cinema, si trova in mano la statuetta pelata.

 

1992: arriva la gloria, ma anche l'etichetta

Gli Oscar saranno anche Darth Vader, come li definisce lui, ma vincerli resta importantissimo e ora più che mai sarebbe prezioso che la Svizzera, crocevia cinematografico minuscolo escluso persino dai programmi di collaborazione europei, riuscisse a far notare la sua esistenza nei corridoi della grande industria del cinema.

Al votante potenziale Salvatores (che afferma però di non avere intenzione di votare) è bello segnalare - "for your consideration" come dicono gli americani - il nostro candidato nazionale La mia vita da zucchina, epigono in stop-motion di I 400 colpi, paragone che gli fa subito brlliare lo sguardo: