L'agonia del potere

Sovrani o sudditi, siamo tutti uguali

di Corrado Antonini

Che cosa distingue un sovrano da un povero cristo sul letto di morte? Di sicuro la qualità dei cuscini. Ma anche, probabilmente, il volume delle parrucche.

Velluti e riccioli a parte, il Re Sole inchiodato al letto di morte dal regista catalano Albert Serra è, nella sua unicità ma anche nella sua banalità, poco più di un uomo che muore. Se è vero, come recita un antico adagio, che di fronte alla morte si è tutti uguali, la visione de La mort de Louis XIV – presentato al festival di Cannes nel 2016 ma che difficilmente troverete proiettato in prima serata televisiva – ci mostra l’agonia di un uomo di fronte al quale ci si inchina con sobria devozione e che si applaude a scena aperta non appena gli riesce di inghiottire un biscotto o un acino d’uva.

 

L’idea di inchiodare lo spettatore a un letto di morte per quasi due ore è, sulla carta, una sorta di suicidio cinematografico. Prima sequenza a parte – Luigi XIV che passeggia, accudito dai servitori, nei giardini di Versailles – il resto del film si svolge interamente nella camera da letto del sovrano, con il sovrano sdraiato a letto e imparruccato a dovere, immobile, a tratti sofferente, vuotamente incredulo, incapace o semplicemente non interessato a offrire allo spettatore il benché minimo indizio di cosa possa aver significato l’esser stato, per settantadue anni e 110 giorni, il Re Sole.

Circondato dai reali arredi, dalla corte e dai medici, Luigi XIV, banalmente, muore. Lo fa nel chiuso asfissiante, a tratti mefitico, della sua camera. Apparentemente, si potrebbe dire, muore come chiunque altro, biscottini e cuscini a parte. La cancrena, dalla gamba, si è rapidamente estesa agli organi interni (ma questo i medici lo scopriranno soltanto dopo, nel corso dell’autopsia, regalandoci uno scambio di battute a suo modo comico: “Che cosa ha provocato la cancrena?”; “Non lo so”; “Non lo sa?”; “No”). Del resto, quando il potere imputridisce conducendo alla morte colui che lo incarna, ai patologi, una volta esaminato ciò che resta del sovrano, non resta che ammettere l’impotenza di fronte alla malattia (a un certo punto, nel film, più che nel ridotto di un Re, pare di trovarsi davanti al banco di una salumeria: l’intestino del Re Sole manipolato alla stregua di una salsiccia).

 

Il film di Serra è insieme tragico e grottesco. Grottesca è la maschera morente del Sire, interpretato da un sublime Jean-Pierre Léaud, già attore fétiche di François Truffaut, il quale, per l’intera durata della pellicola, non fa che guardare, l’occhio ben spalancato ma attonito, una realtà che sembra sublimamente sfuggirgli e alla quale, al tempo stesso, pare del tutto disinteressato. Neppure la morte, a dire il vero, la sua morte, pare interessarlo granché. Guarda nel vuoto con occhio stanco, circondato e insieme circonfuso da una corte non meno grottesca e inefficiente, un’aristocrazia muta e insulsa, schiava delle minute attenzioni di un monarca da cui dipendono tutti i loro privilegi. Solo e assoluto, il Re muore.

Ogni inquadratura è un affresco illuminato al naturale: il Re come una natura morta. Nella penombra nulla sfugge alla camera di Serra, che impietosamente registra, rantolo dopo rantolo, il passaggio di Luigi XIV verso un regno di ben più profonde ombre. È un corpo che muore, niente più. Di spirituale, in questo cupo passaggio, non v’è traccia. Persino l’estremo untore ha una pasta che lo colloca in una dimensione desolatamente umana, non certo divina. Quanto al singhiozzo dei cortigiani alla notizia che il Sire è infine spirato, è al tempo stesso misurato e straziante. Misurato perché l’aristocrazia considera la dissimulazione una virtù; straziante perché in quei pochi singulti Serra riesce a farci stare lo sgomento di un’intera nazione, e la fine non solo di un regno, ma di un’epoca. Memorabile, infine, la chiusa. Dopo tanto stare in bilico fra vita e morte, fra corpo e sudore, fra i gesti misurati dei figuranti e la smisuratezza della circostanza, il dottor Lebrun, la massima autorità medica del Regno, se ne esce con un lapidario e tenue “faremo meglio la prossima volta”. Una farsa. E il film di Serra, un capolavoro.

Link al sito del Château de Versailles