Luchino Visconti

Mostro sacro e contraddizione vivente

di Mattia Cavadini

Nato il 2 novembre 1906 nel giorno dei morti, Luchino Visconti è, sin dal giorno della sua nascita, l’uomo delle contraddizioni.

Aristocratico di nascita e comunista di formazione, padre del neorealismo e amante del barocco, eterosessuale idolatrato dalle dive e omosessuale dichiarato, dandy affascinato dal tramonto di una società sontuosa e regista impegnato nella difesa dei proletari e degli oppressi, sociologo spietato nel descrivere le miserie della società e pietoso analista nel ritrarre la fragilità dell’individuo. Se, come sosteneva Cusano (sulla scia di Eraclito), il sacro si annida nella contraddizione, Visconti appartiene di diritto ai mostri sacri.

 

Figlio dell’alta aristocrazia milanese, educato in modo severo e debitamente istradato sui sentieri dell’arte (sin da piccolo frequenta la Scala nel palchetto di famiglia, da adolescente legge Proust, Stendhal e Shakespeare su consiglio dei genitori) Visconti è innanzitutto un intellettuale. L’arte, in lui, non è mai fine a se stessa, ma è un modo per rivendicare giustizia, per riflettere sulla società e per analizzare se stesso.

 

Ossessione (1942), il suo primo film, è la storia di un vagabondo e della sua amante che si annientano in nome del denaro. Per il suo anticonformismo e la sua critica sociale il film viene vietato dai fascisti nelle sale di Roma. Con una fotografia puntuale (capace di indugiare in modo rivelatorio suoi particolari più squallidi della realtà) il film segna l‘avvio della grande stagione del neorealismo italiano. Con la Terra trema (adattamento dei Malavoglia di Verga, del 1947) il neorealismo diventa epopea, un’epopea aspra e cruda, recitata in siciliano stretto, dove la condizione tragica della vita sull’isola trova la sua raffigurazione emblematica nelle donne vestite in nero (simbolo di un lutto insormontabile e perenne) che guardano il mare in tempesta nel crepuscolo. Un’immagine che porta in sé i segni di quella che sarà l’arte futura di Visconti, alla ricerca di immagini simboliche (ad alto valore estetico) capaci di cristallizzare la crudezza della realtà. La riflessione sul rapporto/conflitto fra individuo e società assume toni amari nel film Bellissima (1951) interpretato splendidamente da Anna Magnani: la storia di una madre che porta la figlia ad un provino cinematografico con la speranza che possa trovare il successo, imbattendosi per contro nella cialtroneria di un mondo incline a frodare le anime semplici e vendere sogni di cartapesta.

 

Alida Valli in "Senso" di Luchino Visconti

La virata estetizzante nel realismo di Visconti si ha con Senso (1954). La vicenda della nobildonna (la magnifica Alida Valli) che si innamora di un ufficiale austriaco per poi farlo condannare a morte, destinando se stessa alla follia, incarna il tema della degenerazione morale e fisica dell’essere umano su cui Visconti tornerà sino alla fine della sua carriera, con pellicole melodrammatiche cariche di erotismo, ossessione e sottile violenza. In Rocco e i suoi fratelli (1960) l’epopea dell’immigrazione viene descritta per mezzo di un montaggio virtuosistico e scioccante. Nel Gattopardo (1963) la scenografia estetizzante diventa specchio dell’epoca aristocratica e l’affresco storico si riflette nell’uso sapiente della fotografia e della regia (meno nella sceneggiatura). In Morte a Venezia (1971) l’elemento torbido (celato pudicamente da Mann) attraversa l’intera pellicola, elevandola a sublime e tormentata rappresentazione della coincidenza fra eros e thanatos (amore e ossessione, arte e vita).

 

Le concessioni estetizzanti e l’amore per il melodramma assumono valenza totale in Ludwig (1973), il suo ultimo capolavoro, vero e proprio testamento spirituale. Per mezzo di questa pellicola altamente operistica (come, per altro, già Morte a Venezia, in cui le sinfonie di Mahler si innervano sul testo di Mann)  Visconti rivendica la sua filosofia artistica (“la forma più completa di spettacolo resta, secondo me, il melodramma, dove convergono parole, canto, musica, danza, scenografia”) e afferma, ancora una volta, la sua sacra contraddizione (da un lato rivendicando la legittimità della rivoluzione proletaria e dall’altro simpatizzando con eroi anarchici, decadenti e reazionari).

Regista iracondo ed insuperabile, esigente con gli attori, perfezionista nelle ricostruzioni d’epoca, maniacale nel dettaglio scenografico, Visconti lascia due film sognati e mai portati a termine: La Recherche di Proust e La montagna incantata di Mann. Per quanto cerchiamo di immaginarceli, possiamo stare certi che Visconti sarebbe andato oltre, grazie alla sua capacità di coniugare gli opposti: realismo e barocco, marxismo e aristocrazia, interpretazione e regia, etero e omosessualità, realtà e simbolo.