Pablo Larraín durante l'intervista concessa alla RSI (RSI)

Pablo Larraín

Nuovi registi di culto crescono

di Marco Zucchi

Goffredo Fofi su Internazionale lo definisce “regista non simpatico e forse neanche uomo simpatico” ma pure “autore spregiudicato, intellettuale abile (…) che attua provocazioni molto astute, cioè intelligenti”.

Incontrandolo di persona si ha piuttosto l’impressione di uno dallo sguardo dritto, certo, ma anche molto pacato e concentrato su ciò che fa. Il cileno Pablo Larraín è entrato da qualche anno nel panorama internazionale del cinema d’autore come un piccolo tornado.

Accanito cultore di immagini lo-fi, che rievocano formalmente (a colpi di 4:3, di invecchiamenti fittizi della grana e dell’impasto cromatico) quel passato che spesso compone la materia dei suoi film.

Appena quarantenne, figlio di due politici di destra (“una famiglia coinvolta nel potere fino al collo, anche con Pinochet”: sempre Fofi), ha tracciato per sé un tragitto artistico niente affatto scontato, ricco di inquietudini e di spigolosità narrative. Dall’alienazione criminale di Raúl, epigono di John Travolta in Tony Manero (2008) all’affresco agghiacciante della dittatura Post Mortem, dove si inscena l’autopsia di Allende (2010). Dalla brillantissima e multicolore ricostruzione dell’avvento democratico No – I giorni dell’arcobaleno (2012) al socio-psichiatrico-intimistico percorso di espiazione El Club (2015), in cui alla berlina dell’esilio sono posti alcuni preti pedofili (il film ha avuto anche la costola teatrale Acceso, passata recentemente al LAC di Lugano).

Le presenze ai festival e i riconoscimenti critici sono giunti come se piovesse, con in aggiunta un percorso da produttore di film altrui che, insieme al fratello, pone Larraín al centro di una stagione fertilissima del cinema del suo paese.

Il 2016 è stato un anno particolarmente proficuo, con un film presentato a Cannes e un altro passato a Venezia. Se Jackie, sull’elaborazione del lutto da parte di Jacqueline Kennedy (Natalie Portman), è qualcosa di complesso e apparentemente lontano dai suoi tracciati (è il primo film produttivamente statunitense, ma ad un esame approfondito contiene tantissimi larrainismi), il potente e un po’ sfuggente Neruda va invece a braccetto fin da subito con le opere precedenti. Dopo essere passato alla Quinzaine des Réalisateurs (e prima di approdare al Film Festival Diritti Umani di Lugano) è transitato dallo Zurich Film Festival, dove abbiamo incontrato l'autore.

 

L'intervista    

Neruda sembra proseguire un percorso, all’interno della sua filmografia, legato alla storia del Cile. Dalla fine degli anni ’80 di No al periodo della dittatura di Post Mortem a quello ancora più indietro nel tempo che si vede qui, dove per un attimo compare anche un giovanissimo Pinochet. Che tipo di relazione con gli altri suoi film intesse quest’ultimo?

 

Per me non è facile pensare ai miei film in questo modo. Mi sembra che la storia funzioni sempre come un prologo del presente. Credo che la cosa interessante sia che il cinema offre una memoria complessa e fantastica, tale da permettere di articolare l’idea del passato in relazione all’oggi. Neruda è un film che ci riporta al Cile degli anni dal 1947 al ’49. Si tratta di un periodo molto affascinante, anni dove accaddero molte cose. Ad un certo punto Neruda scappò inseguito dalla giustizia. Mi pareva che ci fosse una particolare fascinazione in lui e nella sua figura, perché Neruda in quella fase cambiò molto. Quindi abbiamo pensato che quello fosse il momento interessante da trattare in un film su di lui.

Quello che lo spettatore scopre guardando il film è che c’è un lato realistico-storico, ma ci sono anche una serie di aspetti molto cinematografici, narrativi e di genere. I due piani si mischiano.

 

Sì. Penso che sia molto difficile classificare il genere del film. Contiene elementi del cinema poliziesco, del noir degli anni ’40-’50, ma è anche un road movie, e non mancano momenti di commedia nera, addirittura western. Alla fine ne esce un film che mescola i generi, perché nasce dall’ispirazione che genera in noi il modo di vivere del momento in cui è ambientata. Al punto tale che noi pensiamo che più che un film su Neruda sia un film sul suo cosmo, sul suo universo, sulle sue creazioni. Elementi molto complessi. Non si tratta in sostanza di una biografia

Lei ha detto “alla maniera di Neruda” o “come forse lo avrebbe fatto Neruda”.

 

Non possiamo saperlo, però certo, abbiamo cercato di assumere tutto il possibile di lui e del suo processo creativo, un po’ come entrare nella stanza dei giochi di casa Neruda e giocare con i suoi giocattoli. Ci siamo fatti guidare dalle sue cose, dalla sua poesia e dalla sua opera. Neruda era un grande cuoco, amava cucinare, gli piacevano il vino e le donne, era uno che aveva viaggiato in tutto il mondo, un diplomatico, un collezionista che possedeva migliaia di oggetti. Era anche un politico molto potente, senatore della Repubblica, avrebbe potuto diventare presidente del Cile. E ancora più di tutto ciò, è stato il più grande poeta nella nostra lingua. Ha creato un cosmo molto potente, da cui in qualche modo abbiamo cercato di trarre ispirazione. Ce ne siamo serviti, inscenando una persecuzione nei suoi confronti da parte di un poliziotto interpretato da Gael García Bernal, per costruire un artificio intorno alla sua figura, intorno alla cifra del poeta Neruda

A proposito dell’altro personaggio, il poliziotto. Nel film è il personaggio che nel film ci dice di voler essere protagonista pure lui, non soltanto personaggio secondario. È un po’ il rapporto, potremmo dire, dello spettatore con la vicenda che sta guardando.

 

Ciò che capita nel film è che Neruda, mentre sta scappando, sta anche scrivendo il suo libro più importante, quello che gli frutterà il Premio Nobel, che si chiama “Canto general”. Un libro estremamente complesso e sofisticato, che contiene tanti elementi. In un certo senso mentre scappa Neruda sta costruendo la sua leggenda, perché sa questa fuga contribuirà ad accrescere il suo mito di protettore del suo popolo, ciò che desiderava poter essere, attraverso prese di posizione forti e un messaggio politico altrettanto forte. In questo senso il personaggio del poliziotto, che persevera nell’inseguirlo inutilmente, sente – potremmo dire – che compiere l’inseguimento sia il suo destino. Dobbiamo stare attenti a non fornire degli spoiler al pubblico, a non svelare troppo della trama, però posso dire che l’intenzione era creare una sorta di nemesi.

È sempre molto interessante nei suoi film la maniera in cui cinematograficamente decide di mettere in scena la vicenda. Anche in Neruda ci sono vari punti in cui la macchina cinema è esplicitamente svelata. Fondali finti, raggi di luce che entrano nell’obiettivo in maniera voluta. Come lavora in questo senso?

 

A me interessa molto che ogni film che faccio possieda una sensibilità visiva diversa e unica, che corrisponda allo spirito del film e alla vicenda che racconta. Se possibile senza ripetermi. In questo caso specifico la mia sensazione è che dovessimo farci ispirare proprio dall’opera di Neruda. Mentre filmavamo, tenendo conto del fatto che il poema che innerva il suo percorso è ricchissimo di elementi, abbiamo proceduto leggendo in continuazione le sue poesie. In questo modo secondo me il film assume una sensibilità che, a partire dalla poetica di Neruda, si è riversata in me, nel direttore della fotografia e negli altri che hanno lavorato con noi. E in effetti ne esce un film che usa molto la luce, che utilizza i raggi del sole, ma che contemporaneamente si china ad utilizzare i codici del cinema di quell’epoca: le retroproiezioni e altre tecniche tipiche d’allora. Ma quel che conta è che il film abbia un’identità molto precisa e che non assomigli alle altre che ho fatto.

Lei ha detto che si tratta di un biopic-non biopic. Forse possiamo dire lo stesso anche di Jackie. Si tende ad allontanarsi da quell’appiattimento sul realismo che è tipico delle biografie.

 

Sì, personalmente non mi piace molto realizzare film realistici. Mi piace molto guardarli, quando sono ben fatti. Però io non desidero essere un cineasta che fa del realismo. Mi interessa di più sondare i territori della finzione. In questo senso definirei Neruda un anti-biopic, mi piace chiamarlo così. È un film che cerca di non essere un ritratto di qualcuno, ma che prova a prendere la sua cifra, a assorbire la sua sensibilità, per lavorare con questi elementi.

Era importante trovare gli attori adatti per portare sullo schermo un film come questo. Sia nei panni di Neruda che in quelli del poliziotto, che è Gael García Bernal, con cui ha già lavorato.

 

È vero. Però dobbiamo ricordare che anche l’attore che interpreta Pablo Neruda, Luis Nieco, interpretava il capo di Gael nel mio film No. Qundi abbiamo già lavorato tutti e tre insieme. A me preme molto lavorare con persone che io possa in primo luogo sentire amiche, con cui mi faccia piacere condividere delle cose, e poi ovviamente con attori del loro talento. Sono attori interessanti perché hanno un lato misterioso molto sviluppato. Ovviamente c’è anche la loro grande tecnica recitativa, ma per me la chiave nelle scelte credo sia proprio questa: trovare attori che trasmettano un mistero,

Insieme a suo fratello lavora molto anche come produttore di film altrui. Possiamo dire che sta nascendo o è nato un percorso nel cinema cileno e latinoamericano contemporaneo che sta trovando una sua forte identità?

 

È possibile. Anche se mi è difficile esprimermi perché mi pare un quadro un po’ ambizioso. Di sicuro desideriamo produrre film con registi che troviamo interessanti. Mio fratello si occupa di questi aspetti più di me, ma certamente ci preme poter sostenere e aiutare registi che posseggano una voce originale. Ci preme che possano sviluppare il loro pensiero e arrivare a realizzare i film che hanno in testa. Come avviene con Sebastian Sepulveda o Marialy Rivas o Sebastian Lelio, per esempio. Artisti meravigliosi con cui è un piacere lavorare.

Allargando il campo al teatro. Al LAC di Lugano poco tempo fa è andato in scena il suo monologo “Acceso”. Ci può dire qualcosa sulla parte teatrale del suo lavoro?

 

In verità in un periodo della mia vita ho seguito una formazione teatrale. Ho studiato regia teatrale. È stato un momento molto forte e importante, al fianco di Alfredo Castro, una persona da cui ho imparato molto. In seguito come attore è stato presente in alcuni miei film: in Tony Manero, in Post Mortem e anche in No. Castro ha un suo teatro e mi ha invitato a creare un’opera teatrale insieme all’attore Roberto Farìas. Così abbiamo fatto “Acceso”, un monologo di cinquanta minuti in cui un uomo racconta in modo crudo e diretto, violento, tutti i tipi di abuso sessuale di cui è stato vittima. È un testo che è stato rappresentato per molto tempo in Cile e ora sta girando molto anche all’estero. È un monologo breve che ha qualcosa che il cinema non avrà mai, ovvero la forte presenza dell’attore sul palcoscenico. L’attore in scena è una sorta di gladiatore urbano, che offre una testimonianza a mio parere molto interessante. È stata un’esperienza bella ma difficile. Credo che il teatro abbia cose che solo in teatro si possono fare e questo è molto bello.

Che tipo di compromessi deve fare chi fa cinema? È un’arte collettiva e quindi rende necessario andare d’accordo con altri. Nel suo cinema di compromessi abbiamo l’impressione di vederne pochi. Ora che in un film come Jackie ha lavorato con il sistema produttivo statunitense, c’è stato qualcosa di diverso?

 

Per conto mio il problema del cinema è sempre lo stesso. Alla fine, che sia una produzione piccola, media o enorme, tutto si risolve nel fatto che c’è un attore davanti a una macchina da presa con una luce e un problema. Quello che io tento di fare è cogliere il personaggio attraverso il pericolo. Io credo nei personaggi che hanno uno sgomento e “sorgono”, con qualcosa di inatteso. Nel caso di Jackie l’esperienza è stata molto positiva e ha posto le stesse difficoltà che pone sempre il fare un film: capire come esporre la materia. Tentiamo di farlo al meglio in Neruda e lo abbiamo fatto in Jackie.

Tornando a Neruda. Al di là di ciò che riesca a cogliere un pubblico internazionale, mi pare che il film riesca a dire cosa rappresenti questo personaggio per i cileni. Ce lo dice anche a parole? Cosa rappresenta nel suo paese?

 

Neruda è molto importante per il nostro paese e per la nostra lingua. Il Cile è stato descritto e raccontato da grandi storici, da cronisti, da giornalisti, però la persona che veramente riuscì a descriverlo fino in fondo fu Neruda attraverso le sue poesie. Mi pare particolarmente interessante la constatazione che un paese sia stato descritto, disegnato, in qualche maniera esplorato e definito, attraverso l’occhio di un poeta. Meglio che da uno storico, che in fondo è un esperto, un tecnico delle investigazioni. Quando un cileno va per il mondo capisce meglio il suo paese grazie all’opera di persone come Neruda e altri poeti: Gabriela Mistral, Vicente Huidobro o Nicanor Parra. Ce ne sono molti. Però per i cileni Neruda sta nell’aria, nell’acqua, nelle piante, in quello che mangiamo. Non si capisce bene il paese come attraverso la sua poesia. Una bella sensazione. Non parlo solo di quelle più conosciute, i suoi poemi amorosi o altro. Ha scritto anche tanti testi poetici politici, poesie di rabbia, di ira. Sono quelle particolarmente interessanti e che risultano poderose, di grande ispirazione.

Neruda a Lugano ha chiuso il Film Festival Diritti Umani. Che tipo di messaggio in questo senso ritiene venga trasmesso dal film?

 

I diritti umani sono essenziali e è importante che vengano stabiliti. È importante conoscerli, sapere che ci sono delle regole, altrimenti è facile che si verifichino degli abusi. Vengo da un paese in cui per tantissimi anni sono stati violati sistematicamente. E molti colpevoli non hanno pagato per questo, hanno avuto la libertà di agire indisturbati. Mi pare positivo che se ne parli, che il cinema ne parli, che ci siano festival che selezionano film sull’argomento per stimolare il dibattito. I diritti umani vengono violati ogni giorno, sistematicamente, in giro per il mondo. Oltre a stabilire delle regole è dunque importante interrogarsi intorno ad essi. Se il cinema può fornire un contributo, ben venga.

Prima dei saluti: lei lavora molto, cosa sta facendo ora?

 

Adesso davvero niente. Devo dire che ho molto bisogno di andare un po’ a casa, vedere i miei figli, rilassarmi un po’. Non ho un film alle viste e nemmeno desidero averlo.