Blanchot non abita qui

E nemmeno si sa che fine abbia fatto Godard

Si direbbe che noi impariamo qualcosa sulla vita e sull’arte, quando proviamo quel che significa la parola solitudine. (Maurice Blanchot)

 

di Mattia Cavadini

Sono molti gli artisti che, a partire da una certa fase della loro esistenza, decidono di eclissarsi dalla vita pubblica e si ritirano a vivere in una sorta di romitaggio. Due esempi: Blanchot e Godard. Del primo (forse il più grande sperimentatore, filosofo e scrittore francese del dopoguerra) si dice che abbia trascorso gli ultimi decenni della sua esistenza rintanato nella sua casa di Mesnil-Saint-Denis, periferia di Parigi. Scovato da un giornalista, che andò a suonare al suo campanello, chiedendo “È lei Maurice Blanchot” rispose “No, Blanchot non abita qui”, chiudendogli la porta in faccia e sprofondando definitivamente nella sua assenza. Della sua morte si accorgerà un vicino, che ne darà notizia al mondo. Del secondo (Godard) si sa invece che vive come un mitile a Rolle, un paesino sul lago Lemano, tra Losanna e Ginevra. Vi si è rintantato alla fine degli anni Settanta, abbandando Parigi (dove calcava la scena nei panni di una vedette ultragauchiste) con la mitica frase: Vado in periferia per ritrovare il mio centro. A Parigi non ci sono foreste, acqua, aria... Mancano gli elementi dei quali ho bisogno per fare dei film.  

I motivi della retraite, messa in atto da molti artisti (e non artisti), possono essere molteplici, ma riconducibili, probabilmente, a tre fattispecie: ci si ritira nel privato per scrivere e lavorare indisturbati, oppure, all’opposto, ci si ritira per tacere, consapevoli dell’insensatezza del dire, infine ci si ritira per ascoltare e assecondare il silenzio.

Alla prima categoria appartengono tutti coloro che credono nella possibilità del dire, nel valore dell’arte come modalità di esistenza e di resistenza. Essi si sottraggono al bailamme sociale per dedicarsi con profitto allo studio matto e disperatissimo, alla creazione artistica. Montaigne, Pascoli, Leopardi, ...:  sono infiniti i nomi degli autori che hanno arricchito l’arte (e abbellito il mondo) grazie alle loro opere, scritte nella solitudine e nel silenzio sociale del loro nido.

 

 

Alla seconda fattispecie appartengono invece coloro che si ritirano dal contesto sociale, accompagnando questa scelta con il silenzio della loro opera. Godard appartiene a questa seconda schiera, avendo associato alla retraite una progressiva rarefazione del dire (sino alle soglie del tacere). A questa categoria appartengono di norma quegli artisti che, nel corso del loro percorso creativo, hanno spinto all’accesso il livello della sperimentazione. Per queste persone, spesso geniali, che hanno destrutturato l’arte, che hanno messo in discussione la dimensione surrettizia dell’opera creativa, che hanno sfracellato l’idea di poter dar corpo ad un universo parallelo, che potesse proustianamente ritrovare il tempo perduto e riscattare il senso di vuotezza della realtà; per queste persone che hanno frantumato la narrazione, mostrando come ogni tentativo di creare un tutto-pieno artistico non fosse altro che inganno (per cui hanno cercato di riprodurre l’insensatezza del reale per mezzo di una scrittura ossificata, interrotta, scheggiata e frammentaria); insomma per tutte queste persone (surrealisti, avanguardisti, neoavanguardisti, …) il ritiro nella solitudine ha comportato parallelamente la morte dell’artista, già morto come uomo, e il silenzio di ogni opera a venire. Coerentemente con il loro percorso di destrutturazione e relativizzazione, queste persone, ritirandosi dalla società, hanno consegnato  la propria arte ad un uguale processo di svuotamento del senso, consegnado al contempo se stessi alla pagina bianca, all'impossibilità (insensatezza) del dire.

 

 

Alla terza categoria appartengono infine gli scrittori mistici: coloro che si sono serviti dell'arte per inseguire un senso ulteriore nonché dar voce alla presenza-assenza dell'Altro. A questa categoria appartiene Blanchot, il quale per lungo tempo ha scritto nel tentativo non già di affermare se stesso, bensì di far emergere la voce di una presenza nascosta. Non a caso, in calce ai suoi scritti, ha fatto scrivere: La sua vita è interamente votata alla letteratura e al silenzio che le è proprio. Il motto che ha dominato l'esistenza di Blanchot è stato: apparire il meno possibile, non per esaltare i miei libri ma per evitare la presenza di un autore che pretenderebbe un propria esistenza. Blanchot ha teorizzato la sparizione dell’autore nella scrittura. Secondo la sua tesi, l'opera deve camminare da sola e, una volta scritta, deve rispondere solo a se stessa. La voce di colui che dice io all'interno del testo rappresenta una clamorosa menzogna. L'obiettivo è che, sparendo, l'autore permetta alla presenza-assenza di manifestarsi. In questo senso la scrittura diventa (rilkianamente) il luogo in cui si manifesta l'invisibile.

Per questi scrittori, ritirarsi nel silenzio significa essere inghiottiti da esso. Significa accorgersi che l'invisibile non parla, che l'Altro, così a lungo inseguito, è al contempo anteriore e posteriore ad ogni parola, e che ogni parola, anzi, lo allontana irrimediabilmente. Perché la parola dis-crimina, divide, confligge. Una volta espressa disintegra l'Uno, sfracella l'infinità dei possibili, riducendoli ad un'unica e misera rappresentazione. Scrive Blanchot: Non ho raccontato nulla di straordinario e neppure di sorprendente. Lo straordinario incomincia nel momento in cui mi fermo e non sono più padrone di parlare. E così anche questi scrittori, come quelli appartenenti alla seconda schiera, si consegnano al silenzio, ma secondo un percorso e con un approdo completamente diverso. Non perché vittime dell'insensatezza, affascinati dal  relativismo e dal pensiero debole, ma perché solo il silenzio è consustanziale all'indicibile, all'inesprimibile, e solo nel silenzio si può essere una sola cosa con l'Altro. Perché l'Altro è un puro nulla, il qui e l'ora non lo riguardano, tanto più si vuole descriverlo ed afferrarlo, tanto più ci sfugge.