Guido Morselli

Bon à tout faire, bon à rien faire: il percorso letale di un relativista

di Mattia Cavadini

Nella notte fra il 31 luglio ed il 1° agosto del 1973, a Gavirate (Varese), Guido Morselli si toglieva la vita all'età di 60 anni con una pistola militare Browning. Parabola beffarda, la sua, che lo ha visto transitare dal limbo in cui annaspano gli scrittori incompresi all'olimpo in cui albergano i classici della letteratura italiana, con imprimatur dell’Opera omnia nella prestigiosa collana blu di Adelphi (accanto ai nomi di Croce, Dossi e Savinio).

 

 

Portato alla ribalta post mortem, Guido Morselli appare come l’esempio più emblematico dello scrittore rifiutato dalle case editrici, autentico ma sfortunato, destinato a una fama postuma tanto più drammatica quanto pagata con la rinuncia alla vita, conclusasi appunto con il suicidio dopo un ennesimo rifiuto editoriale. Non fu probabilmente questo, od almeno non soltanto questo, la scaturigine d'un suicidio la cui idea egli accarezzava sin dagli anni Cinquanta (l’inclinazione al pessimismo e il senso di inutilità erano insiti nell’uomo prima che nello scrittore, come dimostra la seguente riflessione tratta dal Diario personale, in data 6 novembre 1959: «Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho amato, sino a dimenticarmi di me stesso; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. – Tutto è ugualmente inutile»). Epperò i ripetuti dinieghi editoriali hanno sicuramente aggravato l’intima inclinazione al pessimismo esistenziale, contribuendo innegabilmente a produrre il gesto estremo di "levar la mano su di sé".

Personaggio bislacco e di difficile collocazione, curioso d'ogni cosa (coniò per se medesimo la definizione di "peripatetico a salti e ritorni"), Morselli oscillò tra bizzarria (si pensi a Roma senza Papa, fondato su interpretazioni freudiane degli articoli del Credo) e fantastoria (Divertimento 1889, cronaca immaginaria di un'avventura sentimentale di Umberto I), con puntate nello psicologismo ossessivo (Un dramma borghese, trasposto in celluloide nel '79 da Florestano Vancini) e nel fatalismo apocalittico (Dissipatio H.G., visione esiziale dei destini dell'individuo e della specie umana): se a ciò s'aggiunge una tendenza marcata allo sperimentalismo stilistico, non riesce difficile comprendere le difficoltà di Morselli a trovare una collocazione nel contesto editoriale dell'epoca.

Per questi stessi motivi, tuttavia, le sue prose resistono all'usura del tempo, e si possono rileggere con senso di stupore per modernità e preveggenza. La scrittura appare limpida, pulita, trasparente e restituisce l’immagine non tanto di un "folle" della scrittura, quanto piuttosto di un artigiano della parola che ha saputo costruire e poi limare, riservando attenzione tanto all'infinitamente grande (la struttura portante) quanto all'infinitamente piccolo (la variante lessicale).

Pensatore-scrittore che della assenza, del sentimento di estraneità e lontananza (dal tempo, dal dibattito culturale, dalle grandi querelles politiche, dalla repubblica italiana delle lettere, dalla vita stessa) ha fatto il suo crisma, Morselli ha coniugato nei suoi testi in modo irriverente realismo e fantasia, sfuggendo irrimediabilmente ai canoni delle lettere italiane (da sempre divise in fautori dello storicismo da una parte e dello sperimentalismo dall’altra), pagandone in questo modo uno scotto letale.