Jeff Buckley

Una goccia pura in un oceano di rumore

di Mattia Cavadini

Figlio di uno più grandi e misconosciuti vocalist del pop anni Settanta, Jeff Buckley ha fatto di tutto per distanziarsi dall’ombra ingombrante di suo padre. Ma la morte, occorsa il 29 maggio del 1997 quando aveva solo 30 anni, risucchiandolo nelle acque del Mississippi, vanificò questa sua volontà, legandolo in modo indissolubile alla figura Tim, morto per overdose di eroina grossomodo alla stessa età.

Padre e figlio uniti nella maledizione della morte, ma anche nella grazia di una voce sublime. Una voce che, per quanto Jeff abbia cercato di convincersene, non poteva essere frutto solo dello studio, ma era di fatto la conseguenza di un patrimonio genetico unico e irripetibile.

 

Jeff e Tim, uniti nella morte e nella grazia, ma lontani nella vita. Tim abbandonò la moglie (Mary Guilbert, pianista e violoncellista classica di origini panamensi) quando Jeff non era ancora nato. Una rottura sofferta. Jeff fu educato dalla madre e dal patrigno, ai quali era solito ad attribuire il merito della sua vocazione artistica: "Ho incontrato Tim soltanto una volta nella mia vita, quando avevo otto anni. Non credo di dovergli molto. La mia educazione musicale me la sono costruita da solo, con l’aiuto determinante di mia madre, diplomata in pianoforte al Conservatorio, e del mio patrigno. Tutto qui".

Sebbene si siano incontrati una sola volta, e nonostante Jeff abbia voluto prendere le distanze a più riprese da suo padre ("Il fatto che Tim Buckley sia mio padre non è affar mio. Non si dedicava a me. Sono sicuro che ha aperto delle porte alla mia carriera, ma io non le ho mai attraversate"), i due si somigliavano all’inverosimile. Tratti, sguardi, attitudini, volto angelico e quel modo di cantare ad occhi chiusi, straziante. Come Buckley senior, anche Jeff è stato uno dei più grandi vocalist della storia della musica, se non addirittura il più grande in assoluto. Certamente migliore del padre, nella sua capacità di unire dolcezza e dolore, spaziando dalla melodia classica all’atonlità più estrema.

 

Angelica, ineffabile, ed al contempo straziante e disperata, la voce di Jeff Buckley era capace di trasmettere sentimenti, emozioni, di entrare nell’anima di chi l’ascoltava. Era una voce sublime, in grado di procurare uno stato di estasi sia in chi la pronunciava sia in chi l’ascoltava. Jeff ne era cosciente: “Cantare mi ha sempre portato in un’altra realtà. Ci sono qualità straordinarie che possono essere raggiunte attraverso la musica”. E ancora: “La voce è il tramite essenziale per arrivare in questo luogo straordinario. Proprio per questo preferisco fare concerti, piuttosto che dischi. Come fanno i performer che amo sopra tutti: Robert Johnson, Nina Simone, Patti Smith e Nusrat Fateh Ali Khan”.

Eppure, nonostante Jeff preferisse le esibizioni dal vivo, anche le sue incisioni furono sublimi. “Grace” (1994), l'unico disco portato a termine in vita, è stato probabilmente l’ultimo grande capolavoro del rock, capace di miscidare atmosfere folk, ruvidi passaggi hard, dissolvenze free-jazz, ballate ipnotiche, accenni di psichedelia garbatamente psicotica. Un caleidoscopio di suoni, reso possibile da una straordinaria cultura musicale fatta di migliaia di ascolti senza distinzione di genere. Dal gospel, alla lirica, dall'heavy metal al soul. Appassionato della Piaf, della muscia indiana, di Dylan, Cohen, Coltrane, Monk ed Ellington, di Ravel e Bartok, Jeff Buckley ci ha consegnato un disco unico e irrreplicabile.

 

Il successo fu assoluto. The Sunday Morning Herald lo definì un "capolavoro romantico", un "lavoro essenziale e definitivo”. Disco d’oro in Francia, in Australia, negli Stati Uniti, Grace ottenne gli apprezzamenti di Jimmy Page ("il mio disco preferito del decennio"»), Robert Plant, Bob Dylan e David Bowie che individuò in Grace il disco da salvare e da portare sull’isola deserta. Bono parlò di Buckley come di "una goccia pura in un oceano di rumore".

Oltre ai brani autografi, Grace conteneva tre cover di un valore eccezionale: Lilac Wine basata sulla versione di Nina Simone, Corpus Christi Carol di Benjamin Britten e Hallelujah di Leonard Cohen, un'interpretazione da brividi, in assoluto la migliore preghiera laica mia realizzata.

 

Al disco fece seguito un tour di due anni in tutto il mondo, in cui Jeff cantò canzoni edite e inedite. Nel 1997 decise di tornare in sala di incisione. Lavorò al suo nuovo disco (Sketches for My Sweetheart the Drunk), fino alla tragica morte. Quella sera, si stava dirigendo con il suo amico Keith Foti allo studio di registrazione. Passando per il Wolf River, un afflunete del Mississippi, Jeff chiese a Keith di fermarsi. Voleva fare un bagno. Si immerse con i vestiti, gli stivali, e nuotò fino ai piloni del ponte autostradale. Mentre tornava, un rimorchiatore gli passò accanto. Nel gorgo delle onde Jeff scomparve, portando con sé le splendide canzoni che avrebbe potuto cantare.