(keystone)

Leonard Cohen

I am ready, my Lord

di Mattia Cavadini

Le canzoni di Leonard Cohen hanno qualcosa di prezioso e inaudito: ad ogni riascolto, si misura ciò che si è capito nel frattempo.

Le sue ballate, la sua voce insieme ruvida e calda, i suoi testi, capaci di coniugare carne e spiritualità, estasi e depressione, amore umano e sacra pienezza, custodiscono un mistero: il mistero degli opposti, che si compenetrano e si avvalorano. Perché Leonard Cohen non si arresta di fronte al negativo, ma si dispone alla contraddittorierà (Songs of Love and Hate). In lui, l’estasi è uno stato dialettico. La grazia, la pienezza non sono unilaterali, ma sono tali proprio perché si accompagnano ad un pensiero conturbante ed inesprimibile: quello della caducità, della necessità del tramonto (I am ready, my Lord, scrive nel suo ultimo disco, in modo sereno, equanime, come se anche la morte potesse aprire uno spazio di purezza).

 

 

Come nei testi dei grandi mistici dell’occidente o degli eremiti d’oriente (con cui Cohen ha bazzicato, ritirandosi per anni nel monastero buddhista di Mount Baldy), nelle sue canzoni si respira la dimensione della non-dualità delle cose, ma della loro compenetrazione: love and hate, life and death, eros e thanatos, carne e spirito. Sono canzoni che, per quanto drammatiche, strazianti, dolorose, mettono pace. E questo perché non contrastano il rollio fra gli opposti, ma lo accettano, con la consapevolezza della «variata unità del mondo».

 

Le canzoni di Cohen celebrano l’amore, ma celebrano anche la sua fine, la necessità del suo tramonto (Dance me to the end of love). In esse non si capisce cosa provenga dal cielo e cosa emerga dalla terra, cosa sia peccato e cosa sia devozione, cosa sia l’io e cosa sia il tu, cosa sia il sublime e cosa la miseria. Perché Leonard Cohen, come Milarepa, è passato attraverso il buio per vedere la luce, e ha capito che la luce non esiste senza l’oscurità (e viceversa, se è vero, come è vero, che l’ultimo suo disco, uscito solo un mese fa, si intitola emblematicamente You want it darker).

 

Nato nel 1934 alla periferia di Montreal in una famiglia medio borghese di origini ebraiche, Cohen ha vissuto la sua vita all’insegna del rollio fra gli opposti: la prima parte l’ha trascorsa in ossequio agli eccessi (lsd, cocaina, alcol), mentre la seconda è stata caratterizzata da una ricerca spirituale estrema, che lo ha portato a isolarsi per 15 anni nel tempio buddista sul Mount Baldy in California.

Anche la sua vita artistica è unitamente duplice. Innanzitutto poeta. A 33 anni viene acclamato per la sua prima raccolta Let us compare mytholigies, cui fanno seguito altri libri, fra cui il più bello, Beautiful losers, che fa dire al Boston Globe: «James Joyce non è morto, vive a Montreal sotto il nome di Leonard Cohen». Quindi cantautore. I primi dischi sono folk: dolenti, malinconici. Quintessenza di questo primo periodo è il capolavoro Suzenne (senza il quale De André non sarebbe stato ciò che è stato). Poi subentra il jazz, la musica mediterranea e orientale (a seguito del lungo soggiorno sull’isola greca di Hydra). Verso la fine degli anni Ottanta Cohen abbraccia l’elettronica, i tappeti sonori di organo Hammond e altre tastiere, e volge al gospel, con l’introduzione di cori femminili. Il disco I’m your man (1988) è emblematico di questa nuova fase. Un disco che influenza generazioni di musicisti come dimostra l'omaggio I'm your fan che molti colleghi gli rendono nel 1991 e a cui partecipano i Rem, Nick Cave e John Cale.

 

Poi cala il silenzio. Cohen si ritira e abbraccia il buddhismo. Non smette di scrivere e di pubblicare dischi (The Future, Ten New Songs, Dear Heather) e libri. Nel 2008 esce dal monastero e torna a calcare i palchi di tutto il mondo. Il successo è strepitoso. La voce di Cohen sembra aver acquisito una consapevolezza cosmica, misterica. Più profonda, più sicura. La reintegrazione degli opposti sembra sorreggerla in ogni cosa che dice, dalla più terrena alla più sublime. Le sue nuove canzoni, cantate come dolci ninna nanne, rivelano lati oscuri, dolori inconfessabili, metafisiche agnizioni. Parlano dell’inizio e della fine, della luce e dell’ombra, della vita e della morte, salutando ogni cosa con un dolce e profondo Hallelujah.