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Contro la microscopia dello specialismo

Tesi per una riforma scolastica, sulle orme di Edgar Morin

di Mattia Cavadini

Edgar Morin, una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea, pensatore poliedrico che ha fatto del tema della complessità il cardine dei suoi studi, ha pubblicato di recente un libro che sin dal titolo interroga e confuta il sistema scolastico attuale: Insegnare a vivere: Manifesto per cambiare l’educazione (Cortina, Milano, 2015).

La tesi centrale del libro, così come di tutto il pensiero di Morin (pensiero di cui rendono conto i sei volumi del suo Metodo, editi da Cortina), risiede nel fatto che occorre ricostruire un sapere complesso. La scienza, a partire dall'Ottocento, allorché si separò dalla filosofia e dalla religione, dichiarando il proprio primato, è stata risucchiata dentro la microscopia dello specialismo: ha frammentato il sapere in molte discipline, che hanno portato alla luce realtà infinitesimali prime sconosciute, ma ora il problema che si pone è quello di riconnettere le singole schegge del sapere in una conoscenza complessa e integrata che riunisca mente e corpo, fisica e filosofia, oggetto e soggetto, scienza e spiritualità.

 

In questo senso Morin sostiene che occorre promuovere un nuovo tipo di conoscenza: una conoscenza che non sia riduzionistica e basata solo sull’oggettività dei fenomeni, ma che tenga conto della trama relazionistica del reale. Perché il reale, come ha detto un grande fisico, Heisenberg, è un complicato tessuto di eventi in cui i rapporti e le forze, a volte sconosciuti, si alternano e si sovrappongono, determinando la struttura del tutto.

Di fronte alla complessità del reale, non serve lo specialismo, ma il relazionismo, non serve insegnare la ratio (o il logos) ma la metis, la congetturalità, la sagacia, l’intuizione, l’elasticità mentale. D’altronde, sono le scienze stesse che ci rivelano l’esistenza di una realtà complessa, caotica, governata dall’aleatorio e dall’imprevisto, più simile all’andamento delle nubi che allo scorrere regolare degli orologi. La realtà è un intreccio di relazioni dove le cose comunicano fra loro e con l’ambiente, dove l’osservatore stesso è integrato nel sistema che osserva; cause minime possono allora produrre effetti catastrofici (il famoso effetto farfalla). Da qui l’esigenza di insegnare innanzitutto la relianza, la capacità di collegare fra loro la biologia e la fisica, la cosmologia e la cultura umanistica e, più in generale, di cogliere legami e connessioni, al di là della pratica disgiuntiva del sapere classico.

Con la metafora della testa ben fatta (ripresa da Montaigne), Morin invita a formare persone che siano, non tanto piene di conoscenze, quanto in grado di afferrare i problemi globali, grazie a criteri che tengano conto della complessità che li governa. Ed è proprio questo ciò che la scuola di oggi non sa fare, dalla primaria all’Università, frantumata com’è in discipline, affidata a competenze unilaterali o settoriali.

 

Che senso ha insegnare la matematica in modo così specifico e settoriale, come se il traguardo di ogni allievo sia l’accesso al Politecnico? Perché venerare lo scientismo, quando lui stesso, nel suo perenne cammino verso il rigore, ci ha svelato la fecondità di campi dove domina il qualitativo e l’anesatto (dalla topologia ai frattali)? Perché inseguire in modo unilaterale la conoscenza, anziché aprirsi all’esperienza? Perché, dopo aver insegnato le derivate e i logaritmi, non  avvicinare gli allievi alla costruzione di un’enorme catasta di legna? Perché non portarli dentro la miseria di un campo profughi e costringerli a confrontarsi con la precarietà dei senza tetto e dei senza nome? Perché non privarli della tecnologia e metterli di fronte a un cielo stellato, fuori dal mondo, senza rete e connessione? Il rischio da correre, in fondo, è quello di avere allievi provvisti di meno conoscenze, ma, forse, persone migliori, più umane, più solidali, capaci di affrontare la vita nella sua complessità. In fondo, sostiene Morin, il compito dell'educatore è ancora quello che indicava Rousseau nell'Emilio: “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”.

La scuola non può limitarsi a trasmettere la conoscenza, ma deve insegnare come trasformare la conoscenza in arte di vivere. Per fare questo occorrono, però, due premesse: che gli educatori siano muniti di questa facoltà (il che non è scontato) e in secondo luogo che esplichino la loro professione basandosi non sull’autorità, ma sulla benevolenza. Il libro di Morin si chiude pertanto con un elogio all’amore, che deve porsi alla base della professione dell’insegnante. Essere insegnanti in una società senza padri e senza maestri, significa fare del sapere un oggetto del desiderio, promuovere curiosità così da mettere in moto il piacere di vivere e di abbracciare la complessità del reale.