Di fronte all’assurdo

Come trasformare in libertà ciò che è motivo di sconcerto

Constatare l’assurdità di tutto ciò che ci circonda è un passo, un'esperienza necessaria: non deve diventare un vicolo cieco. Esso suscita una rivolta che può diventare feconda.  (A. Camus)

 

di Mattia Cavadini

Sempre più spesso mi capita di avere a che fare con l’Assurdo, tanto che mi sorprendo a pensare, sulla falsariga di Ionesco e Beckett, che, in fondo, la vita sociale (forsanco la vita tutta) altro non sia che un grande tributo all’illogicità. Faccio due esempi, accadutimi ieri nel breve arco di due ore.


Stavo camminando nel bosco quand’ecco che mi imbatto in una recinzione di oltre 2 chilometri, con filo spinato arrugginito e penzolante. Prendo, indignato, il cellulare e telefono alle istituzioni per segnalare la situazione, aspettandomi una reazione similmente indignata e un pronto intervento per ripristinare la legalità. La legge forestale prevedrebbe infatti che i boschi siano liberamente accessibili (negando la possibilità di recingerli) e, parallelamente, l’ordinanza sugli animali negherebbe la possibilità di usare filo spinato nelle recinzioni (pericolose per uomini e animali).  Per tutta risposta, invece, mi viene candidamente detto che la recinzione in questione ha più di 30 anni, per cui la sua illegalità è caduta in prescrizione e una sua rimozione non può essere esatta (ripensandoci a posteriori, la stessa cosa, e con maggior frequenza, capita anche fuori dei boschi, per i tanti reati finanziari, prescritti e mai puniti). Decido allora di prendere l’auto e di recarmi in città, da un mio vecchio compagno di studi, noto avvocato luganese, con cui vorrei discorrere circa l’assurdità della prescrizione e su come essa collida con l’obbligatorietà dell’azione giudiziaria.  Posteggio e mi accorgo che la vecchia villa liberty, nella quale l’avvocato aveva il suo studio, non c’è più. Al suo posto alloga un edificio squadrato, rivestito con pannelli alluminici e vetri stratificati. Una facciata liscia ed asettica ha preso il posto del vecchio prospetto, originariamente mosso da balconcini e ferratine. Mi guardo attorno e scopro di essere attorniato da un’urbanità anonima, un non-luogo senza passato e senza storia. Un anziano del luogo-non-luogo mi dice che le ville di inizio secolo sono state tutte abbattute: non erano inserite nell’elenco dei beni protetti per cui non è stato possibile tutelarle. Agli speculatori non conveniva restaurarle, ma abbatterle. Assurdità della legge, che da un lato non consente di intervenire contro un illecito, e dall’altro non permette di tutelare ciò che il buonsenso vorrebbe tutelare.
Due esempi in due ore, infiniti in una giornata: i lupi che vengono abbattuti (ancorché siano i principali selettori naturali), l’aumento dei contingenti del traffico pesante (sebbene si lamenti il problema della mobilità), l’avversione ai minimi salariali (quantunque si sia confrontati con un dumping da fame), … insomma l’Assurdo sembra attanagliare la vita sociale e politica. E allora che fare?


Io, personalmente, di fronte all’Assurdo traggo due conseguenze, che sono la mia rivolta e la mia libertà. La mia rivolta nel senso che non cesso di denunciare ciò che mi sembra privo di senso (in altre parole affronto l’Assurdo, senza eluderlo, senza far finta di non vederlo). La mia libertà nel senso che ad esso io non partecipo, né eleggendone i rappresentanti né votandone le leggi. Scelgo, insomma, la via dell’estraneità sociale, via in cui tutto, gioia o dolore, diventa libertà. In questo modo, estraneo all’assurdità della vita sociale (più in generale estraneo all’assurdità dell’esistenza e, sostanzialmente, estraneo a me stesso) accetto di vivere la mia vita, di percorrerla e perfino di accrescerla. Arrivo addirittura a considerare come un dono la durata che mi mantiene in faccia al mondo (in barba alla sua accidentalità). E questo, tra le altre cose, mi preserva da false scorciatoie, consentendomi di guardare con assoluta lontananza al suicidio: uscire dalla vita perché la vita non ha senso, significa accettare di essere vinti dal destino invece di convertirlo in espressione di libertà. Come dice Camus, con il solo gioco della coscienza, ho così trasformato in regola di vita ciò che era invito alla morte.