Disobbedienza e amore

Come scampare alla morsa dell’omologazione

di Mattia Cavadini

Ecco il tempo degli assassini! Così scriveva Rimbaud nelle sue Illuminations, testo visionario e premonitore, dedicato all’esperienza tossica dell’hashish, ma che può essere letto come un’anticipazione dei gravi danni tossicologici che la società dell’informazione, della tecnica e del progresso, avrebbe innescato, di lì a poco, nel genere umano.

I danni dell’omologazione sono subdoli, insinuanti, pervasivi. Lavorano sui desideri e i pensieri delle persone, li creano, li soddisfano, per poi crearne di nuovi, in un ciclo di schiavitù perenne. Sono loro gli assassini della libertà, di cui parlava Rimbaud oltre un secolo fa.

 

 

L’informazione, la tecnica e il progresso hanno appestato in modo virale il genere umano. O, meglio, lo hanno annullato, riducendolo a macchina. E la macchina ne ha stravolto il pensiero. La ragione calcolante è diventata la sola modalità di interpretare il mondo, secondo criteri di performance ed efficienza. La relazione con gli altri è scomparsa: rimane l’interattività tecnologica: si chatta, si ricevono informazioni da un terminale, predominano solipsismo, solitudine esistenziale e depressione psichica. Il rapporto con la natura è reciso: non si fanno più passeggiate in montagna: si corre sul tapis roulant. La tecnologia ha rimpiazzato le funzioni vitali, la natura è stata clonata, la voce umana ha assunto sembianze cibernetiche. Ciò che fa tendenza sono: il botulino, il silicone, gli OGM, la cybersocialità, la sessualità virtuale, la vita digitale. Sono considerati “fuori dal mondo” gli unici luoghi autentici, dove non c’è rete, dove il telefonino non prende, dove non arriva internet.

La tecnologia ha sostituito la realtà naturale imprevedibile, complessa, irriducibile. E la cosa più aberrante è che lo ha fatto infettandoci in modo radicale, tanto che non riusciamo più a liberarcene. Dopo ogni innovazione tecnologica, ne aspettiamo un’altra: automobili, tablet, smartphone, internet, la corsa alla novità è inarrestabile, nel tentativo di soddisfare desideri fittizi. Per colpa di questa tecno-cultura abbiamo perso le nostre abilità manuali.  Le nostre percezioni, la nostra intelligenza, la nostra sensibilità. Siamo abituati ad essere videocontrollati, schiavizzati. Pensiamo di dominare la tecnologia ed invece ne siamo dominati. Perché la tecnologia va avanti per conto suo, e detta le sue leggi, non solo al nostro pensiero, ai nostri desideri, ma anche al nostro corpo. Con il suo potere omologante stabilisce la linea trendy del corpo. Taglia 38: magro. Taglia 42: grasso. E noi ci adattiamo, compiendo così, inconsapevolmente, la nostra ultima evoluzione: Homo Cyborg.

Contro questa società (omologata, sradicata e urbana) si sono levate nel corso del Novecento voci acute (Adorno, Debord, Vaneigem) e dissacranti che hanno additato la via dell’antagonismo come una possibile via di fuga. Non basta definirsi alternativi o disobbedienti: bisogna fare dell’antagonismo alla civilizzazione uno stile di vita. Forme di vita liberata, in cui l’arte, come per Artaud e i surrealisti, doveva fungere da viatico verso una nuova esistenza, verso un altrove, verso un’isola di felicità, in cui ritrovare la pienezza del vivere quotidiano.

 

 

La pienezza resta l’obiettivo da raggiungere per chi non vuole lasciarsi contaminare dalle pratiche abominevoli dell’homo cyborg. Per raggiungere questo traguardo non basta decostruire il mondo civilizzato (antropocentrico, meccanicista, sessista), ma occorre decivilizzare noi stessi, decivilizzare il nostro immaginario. In questo modo, forse, riusciremo a vincere il dominio della civilizzazione, che vuole conquistare la natura, trasformando l’essere umano in una categoria produttiva.

 

 

La linea morale che dovremo adottare in questo nostro percorso non potrà però essere affidato unicamente all’antagonismo. La disobbedienza, da sola, genera acredine, sofferenza, gorghi stagnanti. La linea morale dovrà includere l’amore. Perché la tecnologia potrà imperversare ovunque, le dinamiche crudeli della finanza e dell’economia potranno signoreggiare in ogni ambito, ma l’amore è più forte. L’amore fa sì che i valori resistano e durino. L’amore conquista tutto e dona la forza per non soccombere.  Ad ogni crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola. E se lo dice Etty Hillesum, che ha dovuto affrontare la barbarie più atroce che la società industriale e tecnologica ha saputo partorire, ovvero il nazismo, possiamo starne certi: solo l’amore potrà salvarci dagli abomini della tecno-cultura.