I lupi solitari e la guerra molecolare

La profezia inascoltata di Enzensberger torna oggi d'attualità

Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvagie che si commettono sotto il sole. (Qoèlet 4, 1-3)

 

di Mattia Cavadini

Ora che i lupi solitari salgono a bordo di camion presi a noleggio e si gettano sulla folla provocando stragi di innocenti, è tornato di moda parlare di guerra civile molecolare. E pensare che quando Magnus Enzensberger aveva teorizzato questa idea, ovvero l’idea di una società atomizzata, fatta di individui in perenne conflitto fra di loro, non già in nome di ideologie ma di odi e rancori personali (secondo la legge atavica del mors tua, vita mea), era stato tacciato di qualunquismo, di massimalismo e additato come un autore pervaso da nichilismo e pessimismo cosmico. Tanto che quel suo trattato, intitolato Prospettive sulla guerra civile ed edito in Italia nel 1994, ha avuto poca diffusione e risulta da tempo fuori catalogo.

Da un anno, però, la definizione di Enzensberger (guerra civile molecolare) è tornata alla ribalta. In particolare dopo che si è appurato che l'attentatore di Nizza, quello di Berlino, così come quello di Orlando, non erano che lupi solitari (che l’Isis non aveva cooptato, né armato e di cui a Raqqa, probabilmente, nemmeno sapevano del loro progetto di morte). E così, oggi, si sentono giornalisti, sociologi e antropologi parlare di guerra civile molecolare, di atomizzazione della società, di fine del concetto di massa (frantumata in una moltitudine di individui, non legati da solidarietà e ideali, ma in perenne conflitto). Dio è morto, le ideologie sono tramontate, e gli individui si muovono e confliggono in nome dell’interesse personale. Questo, d’altronde, è l’aspetto più terribile della la vicenda. Se con Bin Laden e Al Qaeda ci trovavamo di fronte a una guerra asimmetrica, oggi siamo in uno scenario più inafferrabile. Quello di una guerra che si compie tra singoli individui (che hanno trovato nel terrorismo islamista una bandiera da apporre alla propria radicalizzazione, al proprio nichilismo, alla propria disperazione). Sono, questi individui, figli della globalizzazione, come noi. Il loro risentimento è individuale (coltivatosi, tutt’al più in piccoli gruppi che ne hanno alimentato l’odio e la paranoia). Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e terminano con la loro guerra.

 

 

La definizione di Enzensberger (guerra civile molecolare), inizialmente avversata, negletta e bandita, è assurta oggi a rappresentare l’attuale fenomeno di violenza autistica ed autodistruttiva che infiamma l’Occidente. L’invito, allora, è quello di rileggere il testo dell’autore tedesco, e, unitamente a quel pamphlet, rileggere altri grandi testi della letteratura mondiale, che già avevano individuato come il problema del male fosse consustanziale alla natura dell’uomo. Chi non ricorda il dialogo fra Ivan e Aleksej Karamazov? Senza fede, senza un valore comune, senza una morale cui appellarsi, l’uomo è destinato a perdersi, trascinato in una demoniaca spirale mortifera, in un gorgo di distruzione e auto-distruzione. Contro l’ottimismo dell’uomo naturalmente buono, pieno di inclinazioni benevole, Dostoevskij indaga l’«uomo del sottosuolo», cattivo, crudele, perverso, irragionevole. Per lo scrittore russo il male è dentro di noi, pronto a trascinare l’uomo verso un abisso tremendo e insondabile, da cui riemergere è impossibile. Dice Ivan Karamazov: Io credo che se il diavolo non esiste, e quindi è stato creato dall’uomo, questi lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’uomo è il diavolo e il diavolo è l’uomo. Il male non ha la statura assoluta del bene: Dio esiste, mentre il diavolo no; il diavolo (peccato) è una creazione dell'uomo, di conseguenza, chi non crede nell’esistenza di Dio, è inevitabilmente destinato a cedere al male, ad affondare in un «sottosuolo» di abiezione e turpitudine.

Assieme al dialogo dostoievskiano, riecheggiano nella mente i versi di Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo, con cui il poeta fotografa l’immutabilità della natura umana, da sempre propensa al male e alla guerra. E questo perché la vera anima mundi è la guerra, a cominciare dalla nostra guerra intestina, la guerra delle pulsioni, fomentata da invidia e ambizione (che è alla base della guerra molecole planetaria che da sempre è in atto fra gli individui).

 

Hans Magnus Enzensberger

 

Dostoevskij, Quasimodo, e ancora: Leopardi, Kant, Kierkegaard, e infine tutte le tradizioni sapienziali, che identificano il male con la dimensione fisica e psicologica dell’uomo (e la salvezza con la rinuncia e l’abbandono dell’io): sono infinte le letture che corroborano la visione di Enzensberger. Certo, usare la suggestiva immagine della guerra molecolare planetaria per descrivere ogni tipo di guerra, da quella razziale a quella dei naziskin, o alla recente guerra innescata dai lupi solitari, rischia di ridurre la causa di ogni conflitto al malum morale, misconoscendone le implicazioni geopolitiche. Ciononostante, in una realtà in cui non sussistono più valori comuni, in cui si è frantuma ogni idea di collettività e solidarietà, è innegabile che molte delle guerre quotidiane vengano spesso innescate per motivi autistici e personalissimi. Non importa che questa visione sia desolante e che non lasci spazio alla speranza. Per quanto pessimista, occorre venga presa in debita considerazione, se si vuole analizzare i nuovi (ed i vecchi) fenomeni di disintegrazione sociale.