L’arroganza del giudizio

Quando ci si scorda di essere similmente colpevoli

di Mattia Cavadini

Quotidianamente la cronaca ci consegna casi che sollevano i giudizi più feroci. Due esempi: l'episodio del bimbo morto di otite a causa di una terapia omeopatica non adeguata e il caso della madre che ha dimenticato la figlia in auto in una giornata torrida, provocandone la morte. Di fronte a questi casi, la reazione dell’opinione pubblica è spesso umorale e manichea: è così non affidarsi alla medicina ufficiale, speriamo che finalmente si faccia chiarezza sulla falsità scientifica dell’omeopatia e che se ne impedisca la diffusione, quel padre è un incosciente ed è giusto che venga incriminato di omicidio colposo mentre quella madre è snaturata e degenerata, una perfetta imbecille, ecc.

Questi esempi, con il loro corollario di facili e crudeli stigmatizzazioni, sollevano una riflessione sull'emissione del giudizio. Un problema, questo, che non riguarda solo l’opinione pubblica, ma riguarda anche il potere giudiziario, quello legislativo, il giornalismo d’inchiesta e in generale il quarto (informazione) e il quinto potere (controinformazione). Si tratta, insomma, di un problema culturale. Una società può essere più o meno giustizialista. Gli stessi giudici possono essere più o meno giustizialisti, possono appiattirsi alla sola applicazione dei codici, possono ergersi a uomini migliori che posseggono la verità, oppure analizzare i casi con l’etica della comprensione e della compassione.

 

"Fratelli Karamazov", autografo di F. Dostoevskij

 

Ricorda particolarmente che non puoi in alcun modo essere giudice. Giacché nessuno può essere su questa terra giudice d’un malfattore, se prima non abbia egli stesso acquistato coscienza che anche lui è un altrettanto malfattore quanto quello che gli sta innanzi, e che lui per l’appunto, rispetto al delitto di colui che gli sta innanzi, è forse prima di ogni altro colpevole. Nelle parole di Dostoevskij (I fratelli Karamazov, libro VI, cap. III) risuona limpido l’ammonimento di Cristo non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati (Mt 7, 1). Un ammonimento che Zosima, il personaggio dostoevskiano, approfondisce in questo modo: quando tu abbia raggiunto questa comprensione, allora potrai anche essere giudice. Per quanto abbia tutta l’apparenza di una cosa assurda, questa non è che la verità. Infatti, se tu stesso fossi stato giusto, forse anche il malfattore che ti sta dinanzi non sarebbe tale. E seppure fosse proprio la legge a costruirti giudice suo, anche allora, per quanto ti sarà possibile, opera secondo questo spirito. Quando tu abbia raggiunto questa comprensione, allora potrai anche essere giudice.

Nelle parole di Dostoevskij è dunque delineata la figura del giudice. Non solo del giudice investito dalla giustizia di questo ruolo, ma di tutti coloro che si arrogano il diritto di giudicare. Il giudice non si deve ergere contro il colpevole, non deve scavare un fossato fra sé e l’imputato, ma deve sapere che il suo giudizio riguarda non solo il colpevole ma anche se stesso. Perché non c’è una divisione netta fra bene e male, fra la società dei giusti e quella dei reprobi. Il peggior errore di colui che giudica è di credersi immune dalla responsabilità del delitto per il quale un altro è condannato. Questa presunzione nasconde l’ipocrisia del giudice, un vizio largamente diffuso (assunto da Shakespeare a tema dominate di Misura per misura). A questo vizio se ne aggiunge un altro, crudelissimo, che trasforma l’emissione di un giudizio in feroce giustizialismo: ovvero il vizio di gioire della giustizia e della pena inflitta. Contro questi giudici, che si credono gli artefici del bene contro il male, che si credono immuni dalla colpa, che dimenticano che il solo vero giudizio non potrà mai essere pronunciato da un uomo su un altro uomo, contro questi giudici, che si trovano ovunque, nei bar, nella aule di tribunale, negli studi televisivi, sulla carta stampata, riecheggiano nell’aria le parole di De André: per quanto voi vi crediate assolti, sarete per sempre coinvolti; anche se voi ve ne fregate, voi quella notte voi c’eravate.

 

 

Con tutto questo non si vuole affermare che la legge non sia necessaria o che la giustizia non debba fare il suo corso, né assolutamente si vuole secondare il pantano del garantismo. La legge è necessaria, così come il giudizio, affinché essa venga preservata, ma non per vendetta, bensì per un generale riscatto e come passaggio verso la libertà. Un passaggio che è praticabile solo ricordando che il giudizio si svolge fra colpevoli (a vario titolo) e che il suo peso morale è enorme (forse più per chi lo emette che per chi lo subisce). Per cui, sulle orme di Carl Schmitt, vogliamo affermare che nell’emissione del giudizio occorre guardarsi sia dalla calda umoralità della vendetta, sia dalla fredda applicazione di codici e codicilli (secondo il motto della ita lex). Lo stato di diritto è fondamentale, ma non deve arrogarsi prerogative divine. Esso va integrato con l’etica se non, addirittura, con la carità, perché, come dice Paolo: Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità (Prima lettera ai Corinzi).