Le razze non c'entrano

I razzismi sono malattie politiche e culturali

di Mattia Cavadini

Sia chiaro: le razze non c’entrano niente con il razzismo. I razzismi si nutrono di fattori politici, culturali e religiosi. È questa la tesi espressa da Francisco Bethencourt, docente al King’s College di Londra, nel suo ampio saggio intitolato I razzismi ed edito da Il Mulino (pp. 667).

Il saggio di Bethencourt è la prima storia onnicomprensiva di quel fenomeno che molti pensano di poter ricondurre alla classificazione pseudoscientifica del genere umano in razze, classificazione che i recenti studi del genetista italiano Luigi Cavalli Sforza hanno mostrato come fragile quando non addirittura infondata. Bethencourt analizza le diverse dinamiche di esclusione dell’Altro, dai tempi delle crociate al XX secolo, affermando che le diverse tipologie di razzismo, dalla soppressione etnica alla riduzione in schiavitù, si alimentano di fatto di motivazioni politiche e culturali, e solo di riflesso sfociano in un’idiosincrasia legata agli aspetti fisici.

Qualche esempio: per distruggere la civiltà degli indios in America si è ricorso al racconto del cannibalismo; per giustificare le persecuzioni contro i greci ortodossi i latini hanno divulgato la favola della depravazione; nel Quattrocento il pregiudizio contro gli ebrei e i musulmani ha ingenerato un razzismo feroce contro i mori e gli israeliti convertiti al cristianesimo (alimentando una conflittualità fra cristiani mai vista prima, in contraddizione con il messaggio universalista di san Paolo). Nel Cinquecento ci si è serviti dell’incipiente rivoluzione scientifica e della nuova cartografia per creare un immaginario dell’Africa e dell’Oriente, facendo coincidere la geografia con il presunto carattere degli abitanti (con la conseguente creazione di una classificazione del genere umano in “superiori” e in “inferiori”). Bethencourt non sfugge nemmeno alla difficile interpretazione dell’oggi, dimostrando come di fatto i molteplici razzismi contemporanei siano anch’essi da associare a motivazioni politiche e sociali: l’esclusione dell’Altro oggi fa appello, non tanto e non più all’idea di inferiorità, ma quella di pericolosità (vedi ad esempio la descrizione dei migranti come di una massa indistinta che mina la coesione sociale, parassitando il welfare della nazione ospitante).

(keystone)

Uno studio avvincente, quello di Bethencourt, che si legge come un grande romanzo, in grado di parlare ai pregiudizi e alle paure della gente, forzando l’innata riottosità nell’immedesimarci con l’Altro. Un libro che scardina l’idea insidiosa della razza. Idea che, purtroppo, abita in ognuno di noi, tanto che, seppur in buona fede, tendiamo a collegare, quasi senza accorgercene, il colore della pelle a caratteristiche biologiche o comportamentali. Non necessariamente per fare una graduatoria, ma per descrivere quella che ci sembra una realtà oggettiva: potenza sessuale, capacità di concentrazione, ritmo, forza. Un esempio: noi tutti non troviamo nulla di strano nel dire che i neri americani sono grandi giocatori di basket: Magic Johnson e Michael Jordan sono lì a dimostrare proprio questo. E, invece, no. Un'affermazione del genere, apparentemente neutra, nasconde l'ignoranza della storia genetica dell'uomo e apre la strada al razzismo. Quello che noi ci ostiniamo a chiamare razza, ci ha insegnato Luigi Cavalli Sforza, sono solo quattro o cinque cose che vediamo di un individuo, come il nero della pelle, i capelli riccioluti, gli occhi a mandorla, la faccia piatta; mentre non vogliamo capire che a queste differenze visive non corrispondono sostanziali differenze nelle altre centinaia, migliaia, di caratteri genetici. E il caso dei maghi della pallacanestro ha un'altra spiegazione: con maggiori difficoltà di emancipazione sociale rispetto ai bianchi, i neri americani considerano lo sport uno strumento di progresso. Di qui, la forte pressione sociale per far emergere individui dal fisico eccezionale.

Il libro di Bethencourt smaschera dunque l’elemento inconfessato ed inconfessabile che si annida dietro ai razzismi: ovvero il concetto di superiorità e inferiorità dei popoli. Per questo, il razzismo, più che una classificazione scientifica, è una malattia, che genera atteggiamenti antisociali. Un atteggiamento che va combattuto ricordando che le razze non esistono e che la classificazione del genere umano in etnie è totalmente arbitraria. Le differenze sono culturali, sociali e ambientali. ll colore della pelle fa parte di quelle differenze estremamente selezionate che, più che un valore genetico, esprimono il rapporto tra la superficie del corpo e il mondo esterno. Se la nostra pelle è scura, ci consente una protezione contro i raggi ultravioletti del sole, in modo da non farci diventare rossi come peperoni. Dunque, la pelle delle popolazioni africane è una conseguenza del clima, così come la faccia piatta, il naso piccolo, gli occhi un po' gonfi, sottili dei mongoli, che vivono nella parte più fredda della terra e si sono dovuti adattare all' ambiente. Ma, allo stesso tempo, quando si paragonano i geni delle varie popolazioni della terra si scopre che le differenze non sono così chiare, così nette, come il colore della pelle. Al microscopio del genetista, le diversità tra uomo e uomo appaiono come quelle di un lungo fiume che cambia forma all' interno dello stesso alveo, cioè sembrano variazioni di una sfumatura continua, non le vette di tante formazioni montagnose lontane l'una dall'altra, come la divisione in etnie vorrebbe far credere.