Placebo, boh!

Un paralogismo sulla necessità dell’errore

di Mattia Cavadini

Ad ogni piè sospinto affiora nel dibattito pubblico (che ama i media a stampa, i social, le radio e le televisioni per manifestarsi) lo scontro fra scienza e ciarlataneria. Basta che qualcuno, in nome del libero arbitrio, si affidi incautamente a cure non convenzionali, che il dibattito si accende. Gli scienziati chiedono il diritto di parola e scendono in campo per dimostrare come le cure alternative si apparentino con l’imbroglio, l’illusione e la gherminella. Come dar loro torto! Mi domando, però, perché, con fervore non dissimile, gli stessi scienziati non chiedano di partecipare all’estrazione del lotto per spiegare le frigide regole del calcolo delle probabilità o di accompagnare l’ampia frotta di psicanalisti per dimostrare come i sogni siano di fatto irrilevanti, non profetici e non punitivi. Insomma, è a tal punto apodittico che in tutte queste materie gli scienziati abbiano ragione, che, personalmente, vorrei fare qui la difesa del torto.

Non so perché, ma è così: io amo il torto, l’errore. Mi sembra così umano, da non poter essere bandito. Cosa c’è di più bello, di più energetico e misterioso di un paralogismo, di un filosofema, di una diceria, di un sentito dire, di una fanfaluca? Cosa c’è di più verosimile di un unicorno, di un ippogrifo o di un ircocervo? O di più potente dell’ametista (che preserva dalle passioni) e della mandragola (con le sue intercessioni amorose)?


Lo ammetto, ciò di cui parlo, sono fantasie. Ma basta forse che una cosa sia una fantasia, un’illusione, perché non sia possibile frequentarla e allo stesso tempo perché non abbia conseguenze su chi la frequenta? Non credo. La nostra vita è affollata di volti, sostanze, enigmi inesistenti ed al contempo imperativi. Faccio un esempio, che da tempo m’assilla e m’interpella e che ora un libro mi ha disvelato: l’effetto placebo.  Il libro è a firma del gastroenterologo e divulgatore scientifico Giorgio Dobrilla e si intitola Cinquemila anni di effetto placebo (Edra edizioni, aprile 2017). Partendo dalla storia della medicina e passando per la pratica clinica e gli studi controllati, il ricco volume fornisce un quadro dettagliato del placebo, del suo funzionamento e degli effetti comprovati su una vasta gamma di patologie.

Da questo libro si apprende che, arcaicamente, il placebo si concretizzava in riti, amuleti e sacrifici. Più tardi, con la consapevolezza che la malattia potesse essere dovuta non solo a cause divine ma anche a effetti naturali (consapevolezza che segnò l’inizio della seconda fase della medicina, quella empirica), il placebo assunse i connotati di un preparato a base di erbe o parti animali. Terapie inefficaci? Tutt’altro, allora come oggi. È questo il gran contributo del volume di Dobrilla che vuole dare la giusta rilevanza a un fenomeno spesso sottovalutato. Eppure, come ci dimostra l'autore avvalendosi di un’ampia letteratura a riguardo, gli effetti del placebo superano di gran lunga la “non cura”. Scrive l’autore (che è uno scienziato e che non trascura di stigmatizzare i ciarlatani che offrono cure miracolose): «L’effetto placebo rende massimamente evidente come la natura umana superi il livello della sua dimensione biologica e fisiologica; la malattia è più di una semplice disfunzione. Questa peculiarità modifica lo stesso corso della guarigione, innestandola in un processo più ampio, che mescola reazione chimica ai farmaci e senso che assume la relazione di cura». La denuncia è verso la focalizzazione sempre più spinta della medicina sugli elementi patologici oggettivamente misurabili a scapito dei fattori psichici che insieme ad essi costituiscono il quadro di malattia. In altre parole, Dobrilla sostiene che la sofisticazione tecnologia della terapia non può sostituire la valutazione di tutti quegli elementi «che fanno della malattia quell’evento destabilizzante ed emotivamente critico che mette in gioco il senso dell’esistenza stessa».


In altre parole, per tornare a bomba, l’esistenza dell’uomo e quella del mondo sono molto più vasti di ciò che le frigide leggi della scientificità vorrebbero far credere. Per questo, come dicevo, occorre a mio avviso difendere l’errore: è così fragile, così emotivo, così infantile, l'errore. Bisogna difenderlo, bisogna in un qualche modo tutelare il diritto dell’essere umano all’inesattezza, a prendere lucciole per lanterne, ad essere insomma un animale non meno improbabile di un unicorno, di un ippogrifo o di un ircocervo.