Ristoranti d’estate

Un’insidia minaccia questi baluardi indifesi

di Mattia Cavadini

Il caldo illanguidisce gli spiriti vitali e stempera la voglia di cucinare. Accendere i fuochi, nell’afa estiva, è cosa che rattrista, deprime, annichilisce. Ed è così d’estate, con un’inclinazione vieppiù crescente, ci si vota al ristorante, antico baluardo che consola e riconcilia con la vita.

Ognuno ha i suoi indirizzi. Io, per me, quando la fame mi inùzzola da farmi dare sul canagliesco, mi reco in una locanda dove sono di casa, e affogo l’appetito in antipasti sfiziosi (puntarelle aglio e olio con burrata, cozze impepate, tartare di tonno e carciofi, fiori di zucca impanati, cubotto di parmigiana e guazzo di vongole) e in un branzino alla mediterranea (con olive, capperi e patate in sughetto di pomodori pelati). Quando, invece, il caldo non lascia scampo, vado su una zattera galleggiante, dove preparano un gazpacho con ghiaccio tritato e croste di pane, piccante al punto giusto, così irto da attizzare il fuoco interiore e rendere irrisoria la calura dell’estate. Quando, infine, bramo un’accoglienza nobile, da conte decaduto, vado dritto in quella location fin de siècle, rivestita da roselline bianche, che corrono su ferratine liberty, ghiaietto sotto i piedi e sedie in ferro, e addento una fiorentina, che mi ricorda le gesta di avi mai avuti e quell’aristocrazia sanguigna che mai mi è appartenuta.

 

Insomma, per ogni umore, dispongo di un indirizzario di luoghi in grado di consolare il mio soggiorno terreno e farmi dimenticare l’afa che m'attornia. Sennonché i ristoranti d’estate nascondo un’insidia, una fragilità. Sono castelli indifesi. Basta che in un punto qualsiasi un giovane con gli occhiali scuri, un dandy in camicia o una dama pittata accenda una sigaretta, e il castello è bruttato, avvilito, affranto. Le spirali di fumo aleggiano al banchetto e i cibi cambiano gusto: gli antipasti si afflosciano, l’occhio del branzino s’annebbia e la fiorentina diventa una suola coriacea. Basta il fumo di un’unica sigaretta ad offuscare il palato e sozzare i cibi; non parliamo dell’odore acre di un sigaro e del lezzo corrotto di una sigaretta mal spenta in una ceneriera.

E così, anche questa estate, quando mi occorre di masticare amaro, mi domando perché mai il divieto di fumo, che vige nelle sale interne delle locande, non sia stato esteso anche alle adicenze: terrazze, pergole e tavoli all'aperto. Non si chiamano forse ristoranti questi luoghi? Che ristoro e consolazione possono offrire se indifesi dalla marche des fumeurs?