Trasloco e solitudine

In barba ai famigerati studi scientifici

di Mattia Cavadini

Non ho mai capito una cosa: perché gli studi scientifici (i cui risultati offrono spesso lo spunto per i titoli dei giornali, per la chiacchiera nei talk radiofonici e televisivi, o per le argute riflessioni che infiammano sui social e nei bar) sono così banali, semplicistici ed approssimativi? Faccio due esempi, apparsi di recenti sui media: il trasloco causa ansia, stress e depressione. E, di spalla: la solitudine uccide più dell’obesità; l’isolamento sociale aumenta del 50% il rischio di morte prematura. Titoli accompagnati costantemente dall’addenda: è questo il risultato di un maxi studio scientifico condotto negli Stati Uniti.

A parte il fatto che questi studi si contraddicono a vicenda, giacché solo lo scorso anno un altro importante (come potrebbe essere altrimenti!) studio scientifico, della Cornell University di Ithaca (New York), dimostrava che la solitudine è alla base della creatività, dell’innovazione, della vivacità intellettuale e della longevità e, allo stesso tempo, evidenziava come gli adolescenti che non sopportano la solitudine non sono in grado di sviluppare talento creativo; a parte questo fatto e con esso l’esempio plurimo di anacoreti che hanno vissuto lungamente, celebrando le virtù dello star soli, su tutte quella poter essere davvero liberi, incondizionati e aperti all’incontro con l’Altro; a parte tutto questo, ciò che dà fastidio, in questi studi, è il loro voler fare di ogni erba un fascio (fascismo?), eleggendo il dato statistico a modello e conclusione. Quando, invece, ciò che conta, è solo l’esperienza personale. Se io sto bene con la mia solitudine, non è detto che altri stiano altrettanto bene (la solitudine può essere al contempo un dono o una dannazione, una scelta o una coercizione, un balsamo o un’agonia). E allora, se quello che possiamo dire è frutto solo dell’esperienza personale, lasciatemi raccontare un poco del trasloco, pur sapendo di essere, in questo mio dire, assolutamente parziale e limitatissimo.

 

 

Per chi ama l’aspra gioia dell’avventura è difficile immaginare un gesto più carico di implicazioni morali e affettive del trasloco (purché questo sia volontario e non coatto). Capisco ch’esso non si adatti a chi ama sogni radi, fitte e vacue conversazioni con consanguinei, o a chi tenda ad appiattirsi dentro un’esistenza dai confini stabili, i cui paletti sono definiti dal nome e cognome del coniuge, da quello dei figli, dal ricordo dei genitori e dalla prospettiva dei nipoti. A costoro occorrono anni per trasformare la propria casa in un museo di morbide lapidi e di consolanti suppellettili, per cui è bene che si guardino dall’aprire i cassetti, dal sollevare le polveri e dal riesumare fantasmi sepolti da anni. 

Altri, però (ed io con loro), nascono sotto una stella traslocatrice. Invano stipulano contratti di locazioni, costruiscono case, cercano luoghi appartati e trascurati dalla furia della storia. Periodicamente essi si caricano sulle spalle quelle tre cose che sono loro rimaste dai traslochi precedenti, e levano le tende. Cambia il paesaggio che si vede dalla finestra, cambiano i rumori, l’orientamento del letto, la collocazione della scrivania. Cambia la cucina, il tempo che impiega l’acqua a bollire, il gusto del caffè. Tutto è nuovo e nuovi sono i sensi, come acuiti dalle novità. Di notte si sentono minimi fruscii, di giorno si scorgono bagliori sottili, presenze nascoste. Tutte quelle piccole cose che l’abitudine aveva cancellato aggallano d’un colpo, e l'esistenza è come amplificata. La sordida inerzia che accompagnava la vita di sempre svanisce e si tramuta in fervida e serena partecipazione. Il trasloco è un passaggio a vita nuova, un abbandonare la propria soggettività e ritrovarla diversa, potenziata, pur nella precarietà.

 

 

Tornando allo studio scientifico, leggo: il trasloco è paragonabile, per conseguenze affettive, a una morte psicologica. Sobbalzo di gioia: c'è anche dell'acume, in questo studio! Proseguendo, però, apprendo che esso associa alla morte psicologica il valore di un lutto, quand’invece non c’è cosa più bella del dimenticare il proprio io (e, con lui, le implicazioni morali e sociali) nella casa che si sta abbandonando, aprendosi alla rinascita. Basta! È tempo di passare ad altre letture! Tra le mani mi capita Angelo Silesius, i cui distici cantano la morte dell’io psicologico, ed è una gioia: Dio fa oro di noi, purché siam liquefatti!; Quanto più in me il mio io si fa debole e scema // tanto più per questo l’Io di Dio si rafforza (Pellegrino cherubico, V, 119 e 126).