lunedì, 01 marzo 2010 ore 17:09 (UTC+1)

Invictus

Morgan Freeman è il carismatico Mandela in grado riunire il Sudafrica

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di Monica Bonetti


(foto © 2009 Warner Bros. Ent)

Un film di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern
Titolo originale Invictus - Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 134 min - USA 2009 - Warner Bros - Uscita nella Svizzera italiana venerdì 26 febbraio 2010

I film dedicati ai grandi personaggi corrono tutti il rischio di trasformarsi in agiografie.
A maggior ragione quando il personaggio in questione è un uomo insignito del Nobel per la pace (nel 1993), capace di uscire da 27 anni di prigionia dopo essere stato incarcerato per le sue attività anti-apartheid senza che quell’esperienza avesse spezzato la sua anima, e soprattutto capace di diventare il primo presidente nero del Sudafrica e traghettare il suo paese verso una riconciliazione che a molti – forse ai sudafricani per primi - pareva impossibile.

Nelson Mandela è certamente una delle figure più carismatiche del ‘900 e il rischio assunto da Clint Eastwood nel portare sullo schermo il libro di John Carlin Playing The Enemy: Nelson Mandela And The Game That Changed a Nation è forse compensato solo dal fatto che a reggergli il gioco c’è un attore del calibro di Morgan Freeman (che peraltro ha fortemente voluto questo film e nell’interpretarlo ostenta con sicurezza una straordinaria somiglianza con Mandela).

Per raccontare tutto l’impatto di Mandela sul Sudafrica del post apartheid, Eastwood ha scelto un’ottica estremamente particolare tratta come detto da un libro che racconta l’impegno profuso da Mandela per sostenere la squadra nazionale di rugby verso la vittoria dei Campionati mondiali del 1995, organizzati appunto dal Sudafrica.

Non è certo una sua intuizione originale quella del potere dello sport di cambiare il mondo («Lo sport ha il potere d’ispirare, di unire il popolo come poche altre cose fanno»), ma riuscire a far sì che la popolazione nera del paese che considerava la nazionale di rugby (quasi interamente composta da bianchi) il simbolo stesso dell’apartheid, della discriminazione e della differenza tanto da sostenere sistematicamente i suoi avversari, riuscire a cambiare questa percezione fino ad accelerare il battito del cuore di un popolo nel momento in cui la «sua» nazionale si avvicina alla conquista del titolo, ha certamente del miracoloso e ha richiesto intelligenza e capacità politica pari alle più raffinate manovre diplomatiche.

Ecco Invictus è il racconto di come questo miracolo è stato possibile e di come Mandela e il capitano degli Springboks (interpretato da un altrettanto ispirato Matt Damon non a caso nominato come Morgan Freeman agli Oscar) abbiano unito le loro forze per trasformare le aspirazioni personali (unire il paese per l’uno, vincere la Coppa del mondo per l’altro) in un grande progetto comune.

Clint Eastwood ha raggiunto una maturità artistica che sembra ormai consentirgli di raccontare qualsiasi cosa: si tratti del conflitto nippo americano durante la seconda guerra mondiale, del confronto di un anziano repubblicano con una società multietnica che non capisce e non accetta, o dell’impatto di una figura come quella di Mandela nel processo di riconciliazione di un paese diviso.
Secondo alcuni critici il maggior difetto di Invictus è quello di scadere in alcuni momenti in una melassa eccessivamente buonista dove a mancare sono i cattivi e dove dunque il dramma del confronto finisce per forza di cose col non essere possibile. Ora è vero che riassumere un processo doloroso come quello del risanare fratture e divisioni trasversali a un popolo grazie alla funzione catalizzatrice dello sport ambasciatore di pace e di confronto leale è probabilmente riduttivo, ma appunto di una sintesisi tratta, di una riduzione esemplificativa di un processo più ampio.
Invictus
non ha la pretesa di raccontare in toto un paese e i suoi cambiamenti, ma di illustrare come a quel cambiamento profondo abbia concorso anche un episodio specifico e apparentemente distante e superficiale. E questa illustrazione è magistrale, rendendo perfettamente la Storia senza tradirla (e per averne una prova ascoltate i due documenti audio tratti dagli archivi RSI: il primo è un intervista a Mandela che risale al 1992, il secondo la versione originale inglese del discorso di investitura di Nelson Mandela dopo l'elezione alla presidenza).
Nel farlo Eastwood pennella i ritratti dei suoi protagonisti capaci di insinuare dubbi e limiti della natura umana. Là dove un immagine può riassumere un sentimento il vecchio Clint si inventa il confronto tra le guardie del corpo personali di Mandela e gli ex agenti di de Klerk alle prese con l’agenda del presidente, oppure la visita della nazionale di rugby (realmente avvenuta) a Robben Island, dove Mandela ha vissuto gli anni della prigionia. Una scena bellissima quest'ultima che segna la svolta drammatica del film, e il cui impatto emotivo è amplificato dai versi di Invictus il poema di William Ernest Henley che ha ispirato e aiutato Mandela a superare la detenzione e che da il titolo al film.

Un ulteriore merito, infine, per questo film è quello di parlare di uno sport complesso come il rugby e della sua altrettanto complessa filosofia anche ai non adepti. Non arriverò a dirvi che al termine della pellicola ne conoscerete tutti i segreti (ma per questo potete riascoltarvi le regole spassosamente riassunte da Paolo Guglielmoni…), ma pur continuando a non capirne molto avrete goduto ognuna delle frenetiche sequenze dedicate al gioco che occupano buona parte delle due ore abbondanti di durata del film!

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(© 2009 Warner Bros. Ent)

© 2009 Warner Bros. Ent

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Il trailer del film

Warner Bros, 26.02.2010 - Versione originale con sottotitoli italiani

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Il mio Sudafrica

Speciale Sera, Rete Uno, 03.02.1992 - Intervista realizzata da Roberto Antonini in occasione della presenza di Mandela al World Economic Forum di Davos. Tra i temi affrontati la difficile transizione verso una società multirazziale, le proposte del governo ancora insoddisfacenti, la fiducia in un compromesso e  il dialogo non facile con il presidente De Klerk. Mentre di fatto l'apartheid nel 1992 non esiste più grazie a una somma di fattori interni e internazionali, sul versante frastagliato della rappresentanza politica della comunità di colore, appaiono chiari i timori dei bianchi di essere sottomessi, un giorno, alla maggioranza nera.

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