martedì, 24 maggio 2011 ore 11:30 (UTC+1)

The tree of life

Reazioni contrastanti sulla Croisette per l'ambizioso film di Terrence Malick

In sintesi

  • Palma d'oro 2011
  • Immenso affresco esistenziale
  • Dall'infinitamente grande all'infinitamente piccolo

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di Fabio Fumagalli

Un film di Terrence Malick. Con Brad Pitt, Sean Penn, Joanna Going, Fiona Shaw, Jessica Chastain, Jackson Hurst
Drammatico, durata 138 min - India/Gran Bretagna 2011 - 01 Distribution

The tree of life è un film diverso, di una bellezza rara, di una unicità indubbia e, pure, di un’ambizione smisurata. Eccolo infine, dopo anni di attesa, accolto con incanto e devozione, una certa dose di smarrimento, e da applausi, e anche da fischi. È un buon segno, poiché si tratta delle medesime reazioni riservate a suo tempo a cose destinate a sorprendere e restare: a L'avventura, a La dolce vita, a Godard e a Apocalypse now, quando la Croisette reagiva, non ancora rimbambita da tappeti rossi.

È una buona notizia: la conferma che Terrence Malick, dopo la scomparsa di Stanley Kubrick, è rimasto l’ultimo di quei reclusi nel proprio genio che hanno segnato la storia del cinema. Ovviamente irreperibile nella fiera delle vanità festivaliere, immerso nel proprio singolare tragitto, inaccessibile da sempre ai media, misterioso e ormai leggendario, il laureato di Harward ed ex insegnante di filosofia si conferma autore incomparabile di sempre più radicali riflessioni visionarie. A The tree of life, prima ancora di addentrarci nella sua ipnotica energia poetica, dobbiamo un immenso rispetto: per un rapporto con il cinema così lontano dalla volgarità delle leggi imperanti.

Certo, questa sua dimensione mitica permette a Malick l’impossibile: anni di lavorazione, uno solo dedicato agli effetti speciali, addirittura due al montaggio; e diecimila audizioni, per scegliere i tre ragazzini che occupano la parte centrale del film dedicata alla famiglia. Non che il regista speculi su quel genere di privilegio; al contrario, affina il proprio discorso, forse a dismisura, ai confini di tutti i rischi espressivi. Viepiù dedicati alla straordinaria trascendenza delle immagini, a quel suo modo unico di captare le risonanze più misteriose e vere dell’istante presente, di evolvere da una fisicità infinitamente sensuale alla spiritualità e al misticismo. A risolvere, in equilibrio sui tre elementi naturali (ritornano anche qui incessantemente il fuoco, l’acqua e la terra) l’ipotesi fantastica che unisce la nostra condizione umana a quella cosmica: ricercare, allora, un Eden, prima che questi si trasformi in Paradiso, ma delle illusioni perdute.

Fino a La sottile linea rossa (1998) e a Il nuovo mondo (2005) questo contrappunto dall'inebriante fascino poetico tra Uomo e Natura era solo suggerito (a tutto vantaggio dell’esploratore che si nasconde in ogni spettatore), come in filigrana; così succedeva a monte della battaglia di Guadalcanal del primo, o della scoperta dell’America di Pocahontas del secondo. Ora è diventato, in un azzardo sempre più clamoroso, l’elemento portante  (e qualcuno trova fin troppo) dichiarato di The tree of life. L'esposizione dei due universi si è fatta tanto esplicita da spaccare il film in due parti. Quella iniziale e quella dell'epilogo (forse un po' tanto new age) tutta dedicata a risalire alle più misteriose vibrazioni provocate dal racconto che seguirà, alle loro motivazioni. Fino all’alba del pianeta, in un arco di miliardi di anni, dal Big Bang ai dinosauri, dagli anfibi ai rettili, all’infinitamente piccolo, portato ormai a conoscenza di un mondo che arrischia però ormai di perdersi. Malick, che inizia citando il Libro di Giobbe, traduce allora queste sue riflessioni scientifiche, filosofiche e (dove fatichiamo più a seguirlo) mistiche o religiose con immagini fantastiche e corali allusive. Nate in parte, e non a caso, dalla mano di un sommo veterano come il designer Douglas Trumbull di 2001 odissea nello spazio e di Blade runner; in altre, da egualmente spettacolari ma più prosaiche alla National Geographic.

È solo dopo 55 minuti di questo magma incandescente che entriamo nel nucleo della narrazione, nella piccola famiglia del Midwest che costituisce l’altro polo del film: nei rapporti fra un padre autoritario, anche perché frustrato (un Brad Pitt sovrano, altro che solo bello), una madre dolce, anche perché tradizionalmente sottomessa (la rivelazione, Jessica Chastain) e tre indimenticabili figlioli. Sono due parti della narrazione totalmente diverse, ma che si vogliono complementari; forse discusse, ma dotate di quella interdipendenza che già il titolo del film sottintende. E questa centrale, nella sua incredibile energia impressionistica, nella sua vibrazione emotiva è di una bellezza indicibile. Poche volte al cinema è riuscito di introdursi con tanta verità e poesia all’interno delle gioie e dei dolori di un nucleo familiare, della felicità e della difficoltà di educare, del divenire adulti. Con la sola forza dell’immagine, praticamene senza dialoghi; in un'osmosi ininterrotta con l’ordine naturale delle cose come con il vento incessante fra le fronde, nascono i legami eterni e misteriosi che ci legano uno all'altro, nei rapporti con i genitori, fra fratelli. E le conseguenze che ne derivano.

Tanta meraviglia espressiva non è fatta per indurci alla commozione, piuttosto per obbligare ogni spettatore a riconoscersi: dalle carezze al neonato, alle grida e ai sussulti attorno al tavolo, ai giochi fra ragazzi, alle punizioni, le esaltazioni, le consolazioni; i sassi buttati nello stagno e quelli per infrangere le vetrate. La repressione e l’amore, la gelosia e l’emulazione, la rivolta, la trasgressione; la fatica e la gioia di ciò che definiamo vivere. Affresco esistenziale immenso, nel volere tutto dire, dall’infinitamente grande dell’accadimento cosmico all’infinitamente piccolo dell’io. Un arco forse troppo ambizioso anche per Terrence Malick; ma perché dolerci, di questi tempi, per tanta grandezza?

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Trailer del film

16.05.2011

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Recensione di Mariarosa Mancuso

Geronimo spettacoli, 20.05.2011 - Rete Due