domenica, 13 febbraio 2011 ore 18:00 (UTC+1)

Berlino in 3D

Proiezioni tridimensionali per Ocelot, Wenders ed Herzog

In sintesi

  • Occhiali sul naso
  • Abbuffata di immagini sintetiche
  • Proposte non anonime

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di Marco Zucchi

Il regista Wim Wenders e la cancelliera tedesca Angela Merkel pronti a godersi lo spettacolo in 3D
(foto Reuters)

Tre film in 3D uno dietro l’altro: la domenica dei festivalieri berlinesi è trascorsa con gli occhiali sul naso e con la sensazione finale di un leggero giramento di testa per l’impegnativa abbuffata di immagini sintetiche. Ne valeva la pena visto che a cimentarsi con nuove tecnologie e tridimensionalità erano un animatore poetico vecchio stampo come il francese Michel Ocelot, un fanatico delle innovazioni percettive come Wim Wenders e un guru eccentrico fuori dagli schemi come Werner Herzog. Imprescindibilità dell’uso del 3D tutta da dimostrare ma tre proposte sicuramente non anonime.

Les contes de la nuit di Michel Ocelot, animazione in 3D (Francia 2011). Selezione ufficiale, in concorso.

Create da un uomo, una ragazza ed un ragazzo all’interno di un teatro, sei favole d’amore prendo vita sul palcoscenico: in Borgogna un principe lupo mannaro è conteso tra l’amore autentico della figlia minore del re e l’amore interessato della figlia maggiore. Nel regno dei morti un ragazzo deve affrontare alcune crudeli prove per salvarsi la vita e guadagnare l’amore della principessa. Nel Messico precolombiano un giovane coraggioso sfida un drago e causa la distruzione della città tutta d’oro. Nell’Africa nera un suonatore di tam-tam salva il suo popolo dai nemici. Nella Francia medievale uno stregone rapisce la bella principessa ed un giovane accorre a liberarla.

Mai come qui l’uso del 3D sembra un salutare balzo all’indietro nella storia del cinema anziché quel prodigio di tecnologia che ci avevano promesso – ed è accaduto in minima parte – avrebbe cambiato la vita agli spettatori. Michel Ocelot, fantastico artigiano creatore di favole magiche con la tecnica delle ombre cinesi, propone da sempre visioni dal sapore pre-Lumière e ricche di una fantasmagoria da fiera davvero d’altri tempi. Con l’aggiunta alla sua arte della terza dimensione, riesce a ricreare anche la cornice del sogno, il teatrino delle marionette in cui ambientare le sue bellissime fiabe edificanti, i fondali dipinti dei vetrini della lanterna magica che strabiliavano grandi e piccini sei-sette-ottocenteschi.

In un approccio tecnico-artistico basato su personaggi-ombra, sempre neri e di profilo e però incredibilmente espressivi, è proprio la creatività multicolore degli sfondi a diventare protagonista. Le sei fiabe sul tema dell’amore virtuoso tra ragazzo e fanciulla trovano una loro articolazione perfetta, capace si spera di avvincere bambini sempre più vicini alla PlayStation che alla narrazione e adulti disposti a ritrovare un po’ di magia. Se si vuol cercare il pelo nell’uovo, forse il film perde intensità nell’eccessiva lunghezza; solo un’ora e mezza, ma troppo ricca di stimoli per non stancare lo spettatore.

Pina di Wim Wenders, documentario in 3D (Germania 2011) – selezione ufficiale, fuori concorso.

Colleghi e discepoli della grande coreografa tedesca Pina Bausch rendono omaggio alle sue creazioni danzando incessantemente e raccontando di fronte alla macchina da presa i loro sentimenti nei confronti dell’amica e maestra scomparsa nel 2009.

Wim Wenders e Pina Bausch erano amici da tanto tempo e già ben prima della morte dell’artista avevano progettato di raccontare il suo lavoro usando i nuovi orizzonti visivi offerti dalle tre dimensioni. L’impatto materico sullo schermo è fortissimo, con la terra, l’acqua, la natura, la finzione scenografica a trovare quasi fisicamente contatto con i ballerini e con lo spettatore. Le invenzioni gestuali e coreografiche della Bausch sono a tratti strabilianti, così come le performance delle sue ballerine e dei suoi ballerini. La consueta voglia di magniloquenza visiva di Wenders aggiunge suggestione trovando location, inquadrature, artifici digitali e narrativi davvero suggestivi. Quello che manca totalmente pare essere il cuore, ed è strano per un film che vuole essere né più né meno che un omaggio affettuoso, amorevole, denso di gratitudine nei confronti di un’amica e della sua arte.

La super-tecnica esecutiva è evidente, ma non trasmette emozioni, nemmeno un po’, ed in questo si può dire che il 3D fallisce miseramente: trasforma lo schermo in quinta teatrale, ti porta illusoriamente là dove danzano i magnifici, in mezzo a loro, ma il senso ineffabile dei gesti, quello che quando assisti in teatro ti toglie il respiro, quello che quando ascolti La sacre du printemps ti fa bollire di emozione la pancia, non si presenta nemmeno a bussare alla porta. I ballerini poi, chiamati a corroborare con le parole la forza delle loro azioni, raccontano di una donna unica, magnifica, che è stata loro musa ispiratrice e si capisce, ma a chi sta sotto con gli occhialini i loro sentimenti veri non arrivano. Un trattato universitario di tecnica, una lezione di cultura, lo stimabile prodigio di un mago della settima arte, ma senza cuore resta solo la testa.

Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, documentario in 3D, Selezione ufficiale – fuori concorso.

Nel 1994 degli speleologi francesi scoprono presso le gole del fiume Ardèche, nel sud del paese, una caverna piena di dipinti preistorici. Le pitture rupestri sono di incantevole bellezza e, dopo gli studi del caso, risultano le più antiche forme di rappresentazione iconografica umana mai trovate: risalgono infatti a 33'000 anni fa. La caverna è ora chiusa da una spessa porta di ferro e solo pochi selezionatissimi studiosi possono accedervi, perché la presenza umana – come verificato in altri siti analoghi – deteriora i reperti in maniera irreparabile. Werner Herzog e la sua troupe hanno il compito di mostrare al mondo le meraviglie pittoriche che una sola mano di epoche remotissime, nel buio quasi totale della grotta, ha realizzato con stile e tecnica degni di un disegnatore odierno.

La meraviglia ti prende in faccia dopo qualche minuto introduttivo, speso ad abituarsi al 3D non proprio perfetto del film e al percorso a piedi che la telecamera e la troupe compiono per raggiungere l’accesso della grotta. Davanti ai disegni per un attimo tutto si ferma e si ha la netta impressione che il cinema, come forma in grado di documentare un luogo invisibile e inaccessibile che contiene un tesoro inestimabile, sia il nostro occhio privilegiato su un universo. In questo senso Herzog – che ha una sensibilità antropologica evidente se si pensa a Aguirre, Dove sognano le formiche verdi e tanti altri suoi film – dimostra tutto il suo spessore di grande costruttore di universi paralleli, tutta la sua forza di intuizione su cosa può essere importante, pregnante mostrare ad un pubblico.

Persino il 3D, nei momenti in cui ti spalma in faccia tutta la sensazione materica delle rocce curve piene di cavalli, leoni, rinoceronti, mammuth (e di una sola raffiguarazione pseudo-umana, una sorta di amplesso donna-toro), diventa qualcosa di utile e necessario. Le interviste agli addetti ai lavori, che illustrano il sito speleologico in lungo e in largo, sono a tratti interessanti, a tratti appaiono un po’ superflue. Mentre le riflessioni dell’autore su un mondo ancestrale e primigenio che ci insegna qualcosa, in contrapposizione alle centrali nucleari che si trovano a non più di trenta chilometri dalla grotta, hanno il sapore di quell’idealismo encomiabile ma un po’ pretestuoso che si perdona – per evidente cursus honorum – ad un grande come Herzog. Alla fine esci con la sensazione di aver visto qualcosa di epocale, ma diluito in una salsa un po’ blanda che ne smorza il sapore.

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3 film per 3 dimensioni

Il Camaleonte, 14.02.2011 - Rete Uno

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