Quanto svizzero deve essere il cinema svizzero?
Geronimo spettacoli, 11.03.2011 -
Rete Due
I registi svizzeri danno prova di saper fare bene il loro mestiere
Il regista svizzero Jean Stéphan Bron con l'attivista per i diritti civili di Cleveland Barbara Anderson
(foto Keystone)
Rigore, varietà di temi, precisione... e anche una certa audacia. I documentari svizzeri sono dei prodotti di qualità. Che ci raccontino degli orti alla periferia di Berna, di spedizioni nello spazio di miliardarie americane o della vita nella martoriata Gaza, i registi svizzeri danno prova di saper fare bene il loro mestiere.
L’attuale presidente dell’Accademia del cinema svizzero Christian Frei, nel 2002 con il suo War Photographer era tra i nominati per l’Oscar al miglior documentario. Non ottenne la statuetta ma conquistò numerosi premi e riconoscimenti. E il suo non è un caso isolato; si può infatti dire che il documentario svizzero gode di una notorietà superiore alla fiction, che a parte qualche rara eccezione, fatica a oltrepassare i confini nazionali.
Quest’anno i documentari in lizza per i Quartz vedono il ritorno di Jean Stéphan Bron. Ricordate Mais in Bundeshus, quasi un thriller sul dibattito parlamentare sulla legge genetica? Ebbene Bron, dopo una non troppo felice esperienza con un film di finzione, è tornato all’impegno civile andando a Cleveland (USA) per inscenare un processo ai responsabili del tracollo immobiliare che ha impoverito la città. Sarà suo il Quartz per il miglior documentario? Oppure la giuria preferirà il microcosmo di Mano Khalil, regista di origini curde, che con Unser Garten Eden ci mostra gioie e dolori della convivenza fra gli affittuari di un lotto di orti alla periferia di Berna?
La battaglia è serrata perché in lizza ci sono anche i navigati Sabine Gisiger e Beat Häner (Do it, Gambit), che hanno dato voce ai seguaci del guru Baghwan, a partire dalla sua segretaria personale, mettendo a fuoco un fenomeno che ha coinvolto anche parecchi svizzeri. E poi c’è la monumentale opera-inchiesta di Béatrice Bakhti con il suo Roman d’ados. La regista romanda ha vissuto anni a stretto contatto con un gruppo di adolescenti e le loro famiglie per dircene problemi e speranze. Infine una produzione RSI fra i candidati: il toccante Aisheen, lo scorrere della vita nella striscia di Gaza come non possiamo vederla nei telegiornali. Il regista romando Nicolas Wadimoff per questo suo lavoro delicato e forte è già stato premiato ai festival di Locarno, Nyon e Berlino.
Geronimo spettacoli, 11.03.2011 -
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