venerdì, 11 marzo 2011 ore 17:00 (UTC+1)

Fuori dai denti

Un giudizio spassionato sui film nominati

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di Marco Zucchi

Chi merita veramente il roccioso award?

D'accordo le schede, d'accordo le presentazioni equidistanti, d'accordo che se sono arrivati nella cinquina dei migliori i film qualcosa di valido devono pur avere, ma è tempo e luogo per un giudizio meno compassato e e più passionale, di pancia, da spettatore che si è sciroppato tutto quanto ed ne è uscito qualche volta estasiato, qualche volta piacevolmente sorpreso, perplesso, divertito, ammorbato. Seguono allora le recensioni semiserie (per le presentazioni più composte vi rimando alla sezione "ascolta", con le presentazioni passate nel Camaleonte di Rete Uno e nel Foglio volante di Rete Due) e in conclusione un tentativo di prevedere come invece andranno le cose sul palco lucernese.

Cosa voglio di più: Silvio forever!
Non ingannatevi, non è un'invocazione a Berlusconi. È la constatazione che l'introverso e un tempo scontroso Soldini resta uno dei registi più lucidi nella rappresentazione del reale, uno che trova la poesia nelle piccole cose e che riesce a non scegliere una stragnocca col reggiseno a balconcino per interpretare la protagonista fedifraga, come farebbero molti suoi colleghi governati dal testosterone. Se sei il responsabile del casting di un film così e ti dicono che per il ruolo dell'amante che si rotola nuda con Favino è stata scelta Alba Rohrwacher, potresti anche pensare: "ma perché quel giorno che mamma ha detto di scegliere tra il mestiere di responsabile del casting ed il pianoforte non ho detto il pianoforte?" (citazione da quale film?). Attrice di grande valore, specialista nel dar volto a magnifiche scialbette del cinema, la Rohrwacher a prima vista non sembrerebbe campionessa di sensualità. Invece Soldini, in questo davvero lucidissimo, ha posto lei come architrave del suo universo di persone normali colte da frustrazione della realtà. Ed è riuscito a fare qualcosa di talmente autentico (e talmente difficile) da vedersi forse rifiutato da qualche spettatore codino e puritano. QUATTRO STELLE 

Der Sandmann: delirante!
In senso positivo. Quando non hai i mezzi di Hollywood né l'appeal del cinema fatto con le star, le ambientazioni grandiose, le sceneggiature di ampio respiro, fatti venire un'idea che sia originale, semplice, bella e forte e parti da lì. Peter Luisi, che è regista ma anche sceneggiatore del film, questo concetto ce l'ha ben chiaro. E dando prova di conoscere o almeno di avere nel dna i piccoli-grandi personaggi alienati della letteratura otto-novecentesca (dal Melville di "Bartleby" al Dostoevskij di "D & C", da Svevo a Kafka allo Stan Lee di "Spiderman"), è partito da qualcosa di semplice per arrivare ad un risultato complesso: una commedia svizzera tedesca buffa, originale, che fa ridere, che non risulta possa e che non indulge nelle antiquitates alpestres per trovare una sua identità. Non c'è fondue al formaggio, non ci sono chalet, non ci sono incomprensioni tra paesani retrogradi e un po' bufali da una parte, urban boys very cool vestiti alla Wim Wenders o alla Leonardo dall'altra (per chi non seguisse il futebol, completo nero strettinissimo di gran moda, cravattina nera strettinissima di gran moda, su camicia nera attillatissima... di gran moda). Insomma si riesce nell'impresa titanica di distanziarsi dai cliché per proporre semplicemente un'idea propria. Che consiste in un protagonista incommensurabilmente stronzo. È un omino antipatico, sgradevole, urtante, scontroso e asociale. Che per contrappasso sta letteralmente perdendo i pezzi, sotto forma di sabbia che gli sfila via dalle maniche delal camicia e dalle gambe dei calzoni. Certo, un divertissement del genere può anche essere annoverato tra le trovate velleitarie, ma non ci sto: se uno riesce a fare qualcosa di "suo", che dimostra personalità, per me a livello di cinema svizzero è già un grande. QUATTRO STELLE

La petite chambre: esagerate!
Giudizio rivolto alle due registe, Stéphanie Schuat e Véronique Reymond, che hanno fatto ben due film in uno. E nemmeno due film di quelli semplici. C'è la storia toccante della donna che vuole diventare mamma e non ci riesce, che ha perso un figlio durante la gravidanza e resta attaccata come una patella alla simbolica stanzetta che aveva preparato. C'è l'ottuagenario un po' rinco ma dall'umanità veramente straordinaria (Michel Bouquet), al quale la donna fa da aiuto domiciliare in una maniera poco ortodossa. La nascita, la morte. L'infanzia, la vecchiaia. La nursery, l'ospizio. A furia di dicotomie le due giovani registe romande ti fanno venire gli occhi storti, e quando arrivano i ventisette controfinali uno dietro l'altro (è un numero a caso, non prendetemi troppo sul serio) avresti voglia di schiaffeggiarle affinché si discolpino. In realtà, presi uno alla volta, i due film che hanno voluto comprimere in un solo titolo sono entrambi più che all'altezza. Toccanti, ben interpretate, strappalacrime quel che basta, per quel che è dato di vedere sincere, le sventure dei protagonisti centrano il bersaglio. E arrivano al cuore dello spettatore. TRE STELLE

Stationspiraten: only the brave!
Solo i coraggiosi, come i ragazzi protagonisti del film, che sono malati di tumore e affrontano la vita, le giornate, la lotta, con umorismo, vitalità, gioia, rabbia esistenziale. Come il regista Michael Scherrer, che dev'essersi svegliato una mattina con l'idea di fare qualcosa di ardimentoso e deve aver detto: "perché non rischiare di andarmi a schiantare facendo un film semi-comico sul cancro?". Capite bene che se sbagli di un centimetro la mira ti viene una tavanata epocale e ti fai anche a prendere a ceffoni metaforici da tutti quelli che hanno vissuto, sulla loro pelle o per interposta persona, qualcosa di simile. Ci vuole fegato anche solo per pensarla, una cosa così. Ancor più fegato ci vuole per realizzarla in maniera positiva (e in questo Scherrer è stato aiutato da un cast davvero ben assortito). Ancora maggiore ardimento, tipo zero zero sette che si lancia dalla diga della Verzasca, è necessario per abbinare al film una musica stramielosamentepop che stenderebbe i tori di San Firmino lanciati in corsa, quella dei pur apprezzabili Lovebugs. Un dettaglio apparentemente così secondario come la colonna sonora rischia di far deragliare il tutto, ma per finire si rivela, nella sua leggerezza un po' studipina, persino adeguato alla spensieratezza perduta e così tenacemente inseguita dai giovani protagonisti. Only the brave. TRE STELLE

Sennentuntschi: Ma per favore!
Gianni Brera, con frase imprescindibile che merita ogni tanto di essere citata, avrebbe chiosato "ma va' a scoà il mar". Steiner è partito come Don Chisciotte verso il suo mulino a vento cinematografico, ci ha lasciato finanziariamente le penne, si è fatto salvare da benefattori munifici, ha concluso, è arrivato in sala, senza sbancare (140 mila spettatori) ha comunque preso la vetta del box office svizzero dell'anno, e alla fine pare abbia incassato anche il gradimento di buona parte della critica d'oltralpe. Allora diciamolo senza nasconderci dietro un dito: questo film è bruttissimo. Dall'idea di per sé sensata di ripercorrere il mito montanaro della bambola di paglia, la sennentuntschi, con la quale si vocifera avvenissero atti simili a quelli imputati (in difforme stato di volontà) a pastori sardi e ovini, nasce uno pseudo-horror-thriller d'alta quota ricco di personaggi di delirante stupidità. E erto su un presuntuoso castello di carte di luoghi comuni. Il ragazzino idiota congenito che assiste il vecchio pastore alcolizzato, il cittadino in fuga che arriva sulla montagna e si fa avvolgere dal suo fiato sinistro, i paesani retrogradi che vorrebbero mettere al rogo qualsiasi cosa somigli ad una novità, il poliziotto buono che sembra la parodia dei frontaliers e invece dovrebbe essere un personaggio serio. Ma c'è ironia, in questa cosa, che io per grullaggine non colgo? Oppure non c'è ironia, nel qual caso in confronto "I fiumi di porpora" sembra un film di Kubrick? Vale il discorso inverso a quello fatto per Soldini: ma c'è davvero qualcuno che pensa che basta una ragazzetta piccante e un po' lolita in sottoveste lisa che guarda in macchina con lo sguardo torbido e indemoniato per fare un film "de paura"? UNA STELLA

And the winner is ... - Se si guarda il cinema come fatto emozionale, se l'occhio vuol essere quello del grande pubblico, vincerà La petite chambre, non a caso il film scelto come rappresentante svizzero agli Oscar. Se invece si tien conto dell'amor proprio dell'ambiente produttivo zurighese, forse tre anni di seguito con il quarzo principale che prende la via della Romandia potrebbero sembrare troppi. In quel caso, dando pochissime chance sia a Cosa voglio di più che a Der Sandmann - l'uno perché poco in sintonia (è una mia personalissima opinione) con un presunto gusto svizzero, l'altro perché troppo divertitamente ardito - potrebbe avere qualche chance il toccante Stationspiraten. Personalmente, purché non vinca il mediocrissimo Sennentuntschi, che pure parte con diverse possibilità, tutto il resto può andar bene.

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