Di Daniel Hürlimann
Un'immagine da "Zwischen Himmel und Erde" di Christian Labhardt
Da quel 2006 che con “Die Herbstzeitlosen” di Bettina Oberli, “Grounding” e “Mein Name ist Eugen” di Michael Steiner, “Vitus” di Fredy Murer e diversi altri è stato un vero e proprio trionfo, il cinema svizzero fatica a trovare consensi nel settore della fiction, Soletta edizione 2010 non fa che confermarlo.
Ma per fortuna ci sono i documentari, settore nel quale la Confederazione eccelle da anni, dove a nomi affermati come quelli di Christian Frei e Erich Langjahr (per citarne solo due) si aggiungono volta dopo volta nuovi talenti più o meno giovani. Impossibile elencare tutto quanto di interessante si è visto in questo ambito nelle giornate cinematografiche di quest’anno, ma certamente non si dimenticherà così in fretta per esempio “Wätterschmöcker” di Thomas Horat. Per oltre cinque anni il regista della svizzera centrale ha seguito un gruppo di personaggi del Muotathal, vallata del canton Svitto, che con mesi di anticipo e con una precisione impressionante predicono il tempo cogliendo le informazioni necessarie dalla natura: dall’attività delle formiche, dalla crescita delle piante o dal comportamento degli animali. Quasi due ore (forse un po troppe) per esplorare un mondo fatto di tradizioni e di una grande fierezza di essere diversi dalla “gente di città. Ma non è di soli temi bucolici che vive il documentario, “Zwischen Himmel und Erde” di Christian Labhardt (quello di “Zum Abschied Mozart”), anche in questo caso prendendosi il tempo necessario, racconta con spirito critico il mondo dell’antroposofia e degli insegnamenti di Rudolf Steiner. Attaccato alle poltrone tiene pure “Dharavi, Slum for sale” di Lutz Konermann, la storia di un quartiere popolare di Mumbay destinato a diventare una zona lussuosa della città indiana.
Film destinati a trovare il loro spazio nelle sale, ma soprattutto film che permettono di credere in una cinematografia che il suo pubblico, c’è da starne certi, lo ritroverà. Bisogna avere pazienza, ma vale la pena di aspettare.
27.01.2010