giovedì, 13 maggio 2010 ore 09:04 (UTC+1)

Robin Hood

La storia dell'uomo che diventò leggenda

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di Marco Zucchi

Preannunciato dallo stesso Ridley Scott (che ricordiamo a Cannes ha dato forfait per complicazioni meniscali) come un degno erede del Gladiatore, Robin Hood si rivela ben di più di questo: è la fotocopia del Gladiatore in costumi anglo-medievali. L’autocitazionismo stile Andy Wahrol dev’essere il pallino del momento del papà di Alien e Blade Runner, perché qui ci sono intere sequenze che sembrano davvero estratte come un molare dalla vicenda di Maximus, Commodo e Marc’ Aurelio. Un vezzo ancora più intertestuale che Scott si concede è quello di rifare pari pari lo sbarco in Normandia di Spielberg (Salvate il soldato Ryan), trasformandolo in uno “sbarco in Cornovaglia” degli armigeri francesi di Re Filippo. Pronti ad invadere l’Inghilterra ma respinti da Maximus, pardòn da Robin, e dai suoi amici.

Paragoni - Le analogie tra i due film sono evidenti anche nell’assunto di fondo sottolineato sia da Scott in precedenza sia da Crowe nelle interviste di questi giorni: un personaggio leggendario, ma un contesto storico vero e verosimile, basato su ricerche approfondite. Era così per la Roma del secondo secolo che faceva da contorno alle prodezze dell’immaginario hispanico (anche se non mancavano concessioni ad una certa spettacolarizzazione). È così anche per l’Inghilterra del tredicesimo secolo. Nella quale c’è la Crociata di Riccardo Cuor di Leone (che morì realmente, come nel film, colpito da un dardo di balestra), ci sono i prodromi e poi la realizzazione della Magna Charta da parte di Re Giovanni e forse c’è anche un piccolo appiglio storico per la figura di Robin “dei boschi”, per il resto leggendario parto letterario.

Robin Hood Begins - Ma la cosa forse più singolare che fa il film è presentare una sorta di vero e proprio prequel delle avventure dell’eroe. Abituati a Robin, Little John, Frate Tuck e compagnia come virtuosi predoni inafferrabili che stanno nella foresta di Sherwood, qui lì ritroviamo in questa veste solo nelle scene conclusive. In questo Russell Crowe si distingue da Douglas Fairbanks, Erroll Flynn, Kevin Kostner, dal Robin Hood disneyano e da tutti gli altri. Perché la volontà, come ha detto nelle interviste, era di sondare un terreno ancora vergine, quello del Robin essere umano, persona calata nel suo tempo.

Copia sbiadita - Si segue volentieri, dura due ore e venti ma passano senza noia, la maestria tecnico-formale di Scott è intatta e il talento di Crowe nell’essere credibile in qualsiasi ruolo di eroe d’avventura lascia ogni volta ammirati. Però il pur perfettibile Gladiatore era un trattato di “emozioni da cinema”, dalla musica agli scambi di battute alle scene truculente era un continua sollecitazione della sfera emotiva dello spettatore. In questo Robin Hood sembra una controfigura fragile, una copia in cartavelina. Le emozioni sono tutte attenuate, i cattivi non si guadagnano l’indignazione di chi guarda, i deboli non fanno compassione, gli eroi lo sono senza eccedere, il che è una contraddizione in termini. Magari, come spesso capita con film di questo genere, sarà poi la televisione a rendere giustizia. Con il Gladiatore, osteggiato dalla critica e poi cresciuto a dismisura nell’immaginario collettivo, lo ha fatto. Chissà. Intanto il Festival è varato e per dodici giorni, arrivassero anche Robin e i suoi al galoppo, sarà difficile fermarlo.

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