lunedì, 24 maggio 2010 ore 20:11 (UTC+1)

Palma al thailandese dal nome impronunciabile

Vince il cinema bizzarro che piace a Tim Burton

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Apichatpong Weerasethakul
(foto Reuters)

Apichatpong Weerasethakul: imparate a pronunciare questo nome perché è quello del vincitore della Palma d’oro di Cannes.

Non si può dire che non ci fosse una curiosità di capire che tipo di responsi avrebbe partorito una giuria presieduta dal re del cinema bizzarro Tim Burton.
La risposta è arrivata puntuale: ha vinto il film più visionario e fuori dagli schemi tra tutti i diciannove in concorso, segno che l’impronta forte del papà di “Edward mani di forbice”, “Batman”, “Big Fish”, “La sposa cadavere” e del recente “Alice in Wonderland” si è affermata e ha contagiato gli altri giurati.

Giurati che ad un primo sguardo non hanno mancato di far sentire la loro presenza e provenienza, se è vero che due sono italiani (Giovanna Mezzogiorno e Alberto Barbera) e davvero inaspettatamente nel palmarès c’è anche un po’ di Belpaese, che due sono ispanici (Benicio del Toro e il regista spagnolo Victor Erice) e trova spazio un premio a metà tra Spagna e Messico, due sono i francesi (lo scrittore-sceneggiatore-regista Emmanuel Carrère e il compositore Alexandre Desplat) e ben tre i premi assegnati alla nazione ospitante. Forse l’unica ad astenersi da logiche di questo tipo è stata la coppia anglo-indiana Kate Beckinsale-Shekhar Kapur ed infatti uno dei favoritissimi della vigilia, il britannico “Another Year” di Mike Leigh, è rimasto fuori dai giochi.

Magari invece speculazioni di questo tipo non hanno pesato per nulla e i giurati hanno agito esclusivamente e semplicemente gratificando i film, gli autori, gli attori che li avevano maggiormente convinti. Lo speriamo, prendendo atto di un palmarès che mette in cima un encomiabile prodotto di ricerca e che – pur con qualche scelta discutibile – non dimentica (a parte Leigh) nessuno dei film favoriti.


Veniamo al nostro impronunciabile vincitore, Apichatpong Weerasethakul, da ripetere come un mantra cinefilo finché diventi un nome familiare.
Il regista-artista tailandese e il suo Lung Boonmee Raluek Chat – zio Boonmee che si ricorda delle vite anteriori – ci portano in un viaggio immaginifico nel tempo, nel mito, nella giungla tailandese: uomini scimmia dagli occhi rossi fosforescenti, fantasmi di parenti deceduti pacatamente seduti a tavola, pesci gatto che si accoppiano con mistiche principesse senza età. Un tuffo in una dimensione metafisica e primordiale che entra in relazione diretta con le altre forme di espressione artistica sondate dal regista.

C’è da dire che la Palma ha sicuramente premiato il maggior prodotto di ricerca presente al Festival, ma anche un film inguardabile (nel senso che richiede tantissimo impegno allo spettatore) e invisibile (perché sembra già una battaglia finanziaria persa per i distributori che avranno l’ardire di accolarsene la distribuzione in sala).

Gli altri premi come detto hanno gratificato molti dei favoriti della vigilia.:
- Des Hommes et Des Dieux di Xavier Beauvois si aggiudica il Grand Prix della giuria, come dire la medaglia d’argento. Che il film sui monaci francesi martirizzati in Algeria avesse convinto lo si era detto, anche se la Palma appare più come un tributo all’importanza dell’argomento trattato.
- Discorso particolare sul premio al miglior attore: ex-aequo tra Javier Bardem, per Biutiful del messicano Iñarritu (in trasferta catalana) e per la grande sorpresa italiana Elio Germano di La nostra vita, un film che i festivalieri avevano unanimemente battezzato mediocre.
- Sacrosanta la miglior sceneggiatura al coreano Poetry di Lee Chang-dong. Era la mia personale Palma d’oro ma questo conta poco. È soprattutto un film equilibratissimo e dolce, in cui la scrittura poetica ha un ruolo diretto nella storia e la scrittura cinematografica il merito di una leggerezza rara.
- Meno previste probabilmente le Palme a Juliette Binoche come miglior attrice (per Copia conforme di Kiarostami, meglio di lei forse Lesley Manville nel film di Leigh e la coreana Yun Junghee in Poetry), al francese Mathieu Amalric per la miglior regia (il suo Tournée però è un altro film ricco di bizzarria e quindi probabilmente in linea con i gusti di Burton) e il Premio della giuria all’africano Un homme qui rit, che ha dato l’impressione di essere un po’ incompiuto.

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Apichatpong Weerasethakul  (Reuters)

Apichatpong Weerasethakul

Reuters

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L'annuncio del vincitore

Telegiornale, 23.05.2010 -