Trailer ufficiale del film
19.08.2011
Il giudizio: corroborante
Un film di Roman Polanski. Con Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly
Drammatico, durata 79 min - Francia/Germania/Polonia/Spagna, 2011
78 anni e non sentirli per Roman Polanski, grande assente a Venezia per le note vicende giudiziarie (rischierebbe, come accaduto nel nostro paese, di venir estradato negli USA), ma presentissimo con un divertissement all’inseguimento del concetto di etica, di civile convivenza, di equilibrio caratteriale, di concordia coniugale. Alla base c’è una pièce teatrale apprezzatissima di Yasmina Reza, Le dieu du carnage, che il regista franco-polacco, con la complicità dell’autrice, rende un po’ meno noir e un po’ più speranzosa (ma solo nella scena finale, che non è il caso di svelare).
Quattro persone, due coppie, un appartamento, una lunga estenuante e claustrofobica chiacchierata. Motivo del contendere, il figlio della coppa composta da Kate Winslet (consulente finanziaria) e Christoph Waltz (che lascia i panni nazisti vestiti con Tarantino per indossare l’abito sartoriale di un avvocato privo di scrupoli) ha picchiato quello della coppia composta da Jodie Foster (scrittrice idealista e liberal) e John C. Reilly (commerciante di sciacquoni). I fatti paiono chiari: armato (ma sul termine ci sarà discussione) di bastone, l’aggressore ha spaccato due denti alla vittima. La riunione tra adulti è solo un pro-forma di cortesia e senso civile, in cui i quattro si dicono quanto sono bravi e tolleranti e si tirano generose pacche sulle spalle promettendo di ragionarci sopra pacatamente con i ragazzi. Fino a quando la coppia ospite è sulla soglia dell’ascensore, pronta a salutare. L’errore fatale avviene lì, con gli altri due che in uno scrupolo di gentilezza suggeriscono di tornare dentro e bersi un caffè insieme.
Sarà la stura di un’escalation di nevrosi collettiva, in cui si ingenera un tutti contro tutti di accuse e rivendicazioni, che tocca le manie buoniste della Foster, la remissività perbenino della Winslet, l’arroganza da smartphone-dipendente di Waltz, l’ottusa grettezza di Reilly. Una tragi-commedia delle parole, che somiglia ad una sorta di film di Woody Allen spruzzato di acido muriatico. Un gustoso ritratto d’interni in cui il gioco avvincente per lo spettatore autoironico può essere quello di trovare in quale dei quattro riconoscersi.
Freddo, analitico, anche un po’ saccente, come il regista di Rosemary’s Baby, Chinatowon, Frantic, Il pianista ha sempre dato la sensazione di essere. Eppure così corroborante nello scardinare l’intero castello di ipocrisie quotidiane dietro cui si nasconde un’umanità totalmente isterica.
19.08.2011