Trailer ufficiale del film
14.06.2011
Il giudizio: cinepolpettone guerriero
Un film di Te-Sheng Wei. Con Da-Ching, Umin Boya, Landy Wen, Lo Mei-ling
Drammatico, durata 150 min - Cina/Taiwan, 2011
Il cinema ha fondato l’immaginario collettivo della nostra epoca, è inutile far finta di no. Chi sminuisce l’importanza culturale della settima arte farebbe bene a dare un’occhiata a questo kolossal taiwanese. Guerrieri dell’arcobaleno: Seediq Bale ricostruisce un fatto storico datato 1930 e malgrado un valore artistico discutibilissimo dimostra con grande forza che al pubblico impropriamente definito occidentale, a tutti noi, ma probabilmente anche a molti di coloro che vivono ad oriente, l’immaginario lo ha carpito, rubato, piegato sotto i colpi della sua fascinosa potenza, il cinema americano. Quei cento anni di Hollywood che hanno riscritto a loro modo molte delle storie, molta della Storia dell’umanità.
Chi sono per noi gli autoctoni, i saggi animisti con affascinanti culti della natura e potenti sciamani, oppure i feroci selvaggi con gli archi e le frecce, i visi pittati o tatuati, le urla belluine e tanta voglia di far fuori il bonario colonizzatore civilizzato? È una domanda retorica: la descrizione porta chiunque a raffigurarsi in testa la silhouette di un pellerossa, di un navajo, un sioux, un apache, un mohicano. Innumerevoli film, innumerevoli epopee western, poi numerosi risarcimenti dalla parte dei nativi americani, fanno sì che l’identificazione etnica, geografica, storica venga automatica.
E allora guardando il racconto taiwanese delle feroci popolazioni delle foreste che si oppongono al colonizzatore giapponese (al quale la Cina aveva ceduto l’isola ad inizio ‘900) sembra di entrare in un libro di storia diverso, che mostra come anche in estremo oriente, in periodi analoghi e di poco posteriori a quelli americani, si vivessero vicende simili, anzi – cinema dixit – quasi identiche.
Seediq Bale ha il misticismo guerriero di un popolo di tagliatori di teste trasformati dal progresso in semischiavi trasportatori di tronchi. È una sorta di Apocalypto asiatico, o forse un Avatar emancipato dal buonismo favolistico della fantascienza. Come quei film ha la vocazione del cinepolpettone. Lunghissimo, kitsch, eccessivamente melodrammatico, però incredibile nel raccontare un popolo che - siccome il cinema non ce lo aveva mai mostrato - semplicemente non aveva fin qui la stessa dignità dei vessati - e ora culturalmente coccolati - indiani d'America.
Sinossi
ll film rievoca uno straordinario episodio della storia del XX secolo poco conosciuto persino a Taiwan. Tra il 1895 e il 1945, l’isola era una colonia giapponese abitata non solo da una maggioranza di immigranti cinesi Han, ma anche dai discendenti di quelle tribù aborigene che per prime si erano stabilite sul suolo montagnoso dell’isola. Nel 1930 Mouna Rudo, il leader di una delle tribù Seediq stabilitesi sul Monte Chilai e nei suoi dintorni, formò una coalizione con altri capi tribù Seediq per organizzare una rivolta contro i coloni giapponesi. La rivolta scoppiò ad una celebrazione sportiva dove i membri delle tribù presenti attaccarono e uccisero gli ufficiali giapponesi. La rivolta iniziale prese i giapponesi di sorpresa ed ebbe un successo quasi completo. Ma i giapponesi ben presto mandarono l’esercito per stroncare l’insurrezione, con l’aiuto dell’aviazione e di gas velenosi.
(fonte per la sinossi: sito ufficiale www.labiennale.org)
14.06.2011