sabato, 03 settembre 2011 ore 19:30 (UTC+1)

La Gwineth scoperchiata

Un cast stellare per l'ultimo film di Soderbergh

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di Marco Zucchi


(foto Keystone)

Quando scruti il cast di un film hollywoodiano realizzato da un regista di grido come Steven Soderbergh, abituato ad accatastare star una sull’altra in storie corali (vedi gli Ocean, ma anche l’Oscar Traffic), ti aspetti che tutti i nomi noti tocchi una parte se non ragguardevole almeno dignitosa. Così succede in Contagion a Matt Damon, a Kate Winslet, a Marion Cotillard, a Jude Law, a Lawrence Fishburne. Un po’ sorprendente invece la sorte toccata ad uno dei volti più soavi del cinema dei nostri anni. Considerata agli esordi la nuova Audrey Hepburn, per poi finire mestamente ma con stile nella schiera di quelle che non hanno saputo resistere ai ritocchini del chirurgo (vedi Iron Man 2), Gwyneth Paltrow probabilmente non si aspettava che un giorno le sarebbe toccato il ruolo della paziente zero di un’epidemia devastante. Milioni di vittime, un vaccino da trovare disperatamente, intere città devastate, lunghi fiumi d’auto in fuga dal morbo. E lei, Gwyneth, morta dopo due scene. Sul tavolo dell’anatomopatologo a farsi scoperchiare il cranio per vedere i risultati del passaggio del virus.

Non è così per dire. La Paltrow aleggia, tra fotografie e filmati delle telecamere di sorveglianza, su tutto il resto delle due ore, ma la sua vicenda di personaggio si ferma dopo pochi minuti, in una maniera che entra di diritto nella storia delle scene cult degli attori jellati: come Kevin Kostner quando in Il grande freddo lo filmarono nei panni dell’amico morto al cui funerale assistono gli altri protagonisti, e poi Kasdan decise di tagliare la sequenza, forse per troppa inespressività della salma. Qui Gwyneth dopo cinque minuti dà letteralmente nuovo senso al binomio tra fissità espressiva e grande interpretazione: si ammala, tossisce, rantola, muore, finisce sul tavolo di ferro, guarda nel vuoto come ogni salma di CSI e sui suoi occhi sbarrati viene calata una tendina di epidermide, di cute, di capelli. Poi il medico le guarda dentro la testa e dice all’assistente “chiama tutti e dì che vengano a vedere”.

Di lì in poi il Contagion dà il meglio di sé, mettendo a dura prova il buonumore dello spettatore pur senza arrivare alle scene estreme di altri film sul medesimo tema (da 28 giorni dopo a Io sono vendetta, per dirne due). Damon fa il sopravvissuto con figlioletta, Winslet fa la dottoressa-coraggio, Law il blogger millenaristico, Fishburne il funzionario in cerca della cura, la Cotillard l’addetta dell’OMS (e nel rutilante apparire di località sparse per il mondo, permette anche a Ginevra di avere 30 secondi di palcoscenico).

Film di denuncia più che baraccone allarmistico, conferma la grande professionalità di Soderbergh e lascia un po’ la sensazione del già visto. Ma con tutti questi divi al seguito (tra cui una Winslet sempre più in pole position nel ruolo di dominatrice morale della Mostra) vuoi mettere lo spettacolo di incontrarli sul tappeto rosso veneziano?