venerdì, 20 agosto 2010 ore 10:26 (UTC+1)

A Milano, via radio (e tv)

Itinerari metropolitani sulle onde degli archivi RSI

In sintesi

  • Bit di memoria
  • Cinque tappe
  • Programmi e personaggi

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di Matilde Gaggini

La rete della metropolitana milanese

Quella di far viaggiare l'ascoltatore o lo spettatore sulle proprie onde è una tradizione consolidata nei palinsesti radiotelevisivi, che, stagione dopo stagione, propongono o ripropongono itinerari vicini e lontani. La vacanziera programmazione estiva 2010 offre ad esempio una serie di appuntamenti turistico-culturali con il radiofonico Passo dell'anguilla nel sabato di Rete Due e con le televisive Passeggiate d'autore nella domenica del Quotidiano.
Ma il mezzo radiofonico e quello televisivo, grazie ai loro archivi, permettono di viaggiare non solo nello spazio ma anche nel tempo, tracciando inedite mappe bidimensionali consultabili e navigabili oltre la rigidità del palinsesto.
E' il caso di questo itinerario milanese, proposto agli ascoltatori di Rete Due nell'ambito della rubrica "Bit di memoria", il programma in onda alle 17.35 nei pomeriggi feriali dell'estate grazie alle ricerche e alla presentazione dei colleghi delle Teche RSI.
Particolarmente ricco, infatti, si rivela il patrimonio audiovisivo legato alla capitale lombarda conservato negli archivi radiofonici e televisivi della nostra azienda, storicamente legata tanto alla produzione culturale del polo milanese trascurato dalla romana RAI, quanto ad un pubblico lombardo attaccato dapprima alle onde di Radio Monteceneri e quindi a quelle televisive di Tele Lugano, considerata negli anni Settanta del Novecento la rete alternativa alle governative Rai Uno e Rai Due. 
La passeggiata milanese sulle rotte indicate dai nostri archivi si articola in cinque tappe, che mostrano della vicina metropoli italiana quelle vetrine che l'hanno innalzata ad una notorietà internazionale.
Viaggiando rigorosamente sui mezzi pubblici in una città che tenta di tingersi di verde nell'imminenza dell'evento Expo 2015, di documento sonoro in documento visivo ci si sposta da via Monte Napoleone, capitale della moda, a San Siro, capitale del calcio, passando per via Solferino, epicentro dell'editoria e storica sede del "Corriere della Sera", per la Triennale, museo del design, e per la Scala, tempio meneghino della musica e della danza.

Prima tappa: Montenapoleone in metrò, Porta Romana in tram

Cosa si potrebbe desiderare meglio di un documentario dedicato alla futurologia per iniziare un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio? Milano 2000, un documentario radiofonico del 1971 realizzato da Enrico Romero e Nicola Franzoni (nella sezione "Ascolta") propone addirittura la megalopoli lombarda come "paradigma del futuro" e parte nella sua inchiesta da un'analisi dell'integrazione dei trasporti pubblici, nodo ancora tutt'altro che risolto della Milano ormai approdata all'allora lontano 2000.
Ma allora, nella moderna città figlia del boom economico, come vantava un milanese emigrato a Zurigo in un'intervista della rubrica radiofonica "Per i lavoratori italiani in Svizzera" (nella sezione "Ascolta"), si viaggiava con con una cosa veramente nuova, che gira sottoterra: il metrò.
Sfruttiamolo, allora, quel primo metrò simbolo di modernità, per farci portare a via Montenapoleone, oggi tappa obbligata dello shopping internazionale del lusso, ma che già negli anni Sessanta del Novecento era assurta a concentrato di eleganza, come racconta il documentario di Jerko Tognola del 1964 della serie "Il microfono della RSI in viaggio" (nella sezione "Ascolta").
Fuori dal metrò, lasciata Montenapoleone, saltiamo sul tram con Giorgio Gaber, che ci accompagna a Porta Romana, in un documento video del 1965, che con altre chicche costituisce il sito dedicato dalla RSI al cantautore milanese, un "italieno" in Svizzera.

Seconda tappa: via Solferino

Via Solferino è sinonimo di Corriere della Sera, l'unico quotidiano italiano a vocazione nazionale prima che a scuotere il tradizionale panorama editoriale irrompesse La Repubblica, il giornale che Eugenio Scalfari fondò a Roma nel 1976, in perfetta concomitanza con le celebrazioni milanesi del primo secolo del "Corrierone". In occasione della mostra dedicata al compleanno della storica testata, il documentario radiofonico "Cent'anni ma li porta bene" realizzato da Federico Formignani (nella sezione "Ascolta") fissò sul nastro i commenti dei visitatori dell'esposizione, le voci della redazione e della tipografia del quotidiano diretto da Piero Ottone, in piena rivoluzione tecnologica e organizzativa.

E dei cent'anni del Corriere approfittò anche la TSI, allora ancora ben nota e apprezzata dai telespettatori lombardi, che organizzò tra via Solferino, Lugano e la redazione della Neue Zürcher Zeitung di Zurigo una puntata del fortunato format televisivo Il Giocogiornale, di cui, purtroppo, si sono conservati solo alcuni inserti. Uno di questi, vero e proprio gioiello delle Teche RSI, è l'intervista di Marco Blaser al Premio Nobel Eugenio Montale, che nello studio del direttor Piero Ottone ricorda divertenti episodi della sua carriera di giornalista in via Solferino (nella sezione "Guarda").
La puntata del Giocogiornale, che portò le telecamere della TSI nella redazione del Corriere della Sera, vide contrapporsi, in una sfida giornalistica giudicata dai redattori della NZZ, gli studenti della Scuola Magistrale di Lugano e quelli della Scuola Arti e Mestieri di Bellinzona. La prova consistette nientemeno che in un'intervista a Indro Montanelli, il più celebre "fuoriuscito" dal Corriere della Sera (nella sezione "Guarda").

Ma al di là dello storico quotidiano di Via Solferino, Milano si era profilata fin dall'immediato dopoguerra come la capitale del rotocalco, dell'editoria settimanale d'intrattenimento di largo consumo, dal gossip alle mode nascenti: abbigliamento, casa, motori. L'editore Edilio Rusconi, in una puntata degli "Incontri milanesi" curata da Enrico Romero (nella sezione "Ascolta") spiega perché, secondo lui, Milano sia un osservatorio privilegiato per le riviste patinate.

Terza tappa: la Triennale

A Milano, la Triennale mostra dal 1933 le tendenze del design industriale e delle arti applicate. Sicuro punto di riferimento internazionale del cosiddetto "made in Italy", il razionalista palazzo dell'Arte edificato da Giovanni Muzio nel Parco Sempione ospita dal 2007 un Museo che raccoglie, organizza ed espone a rotazione annuale oggetti e documenti delle ricchissime collezioni conservate nel suo archivio e nella fitta rete di "giacimenti" sparsi per l'Italia.
Architetto e designer fra i più noti, Achille Castiglioni ha lavorato per decenni in Piazza Castello, a poche centinaia di metri dalla Triennale, istituzione che grazie ad un accordo con gli eredi, ha potuto aprire al pubblico lo Studio Museo Castiglioni, il laboratorio dove sono stati concepiti tanti oggetti del creativo milanese che hanno fatto la storia del design
E un signifcativo tassello di storia del design lo custodisce anche l'archivio della TSI, che nel documentario del 1971 dedicato da Sergio Genni a Max Huber presenta un incontro di lavoro tra il grafico zurighese emigrato a Milano e Achille Castiglioni: un dialogo in cui i due professionisti testimoni del secondo Novecento milanese (entrambi "museificati", Castiglioni a Milano, Huber a Chiasso) ricostruiscono le tappe della loro collaborazione.

La prossimità della metropoli milanese, crescente capitale dell'arredamento, offrì alla Televisione della Svizzera italiana il necessario supporto per la realizzazione di una serie di trasmissioni mensili dedicate alla casa. Trasmesso tra il 1973 e il 1978, il magazine mensile Casacosì (nella sezione "Guarda" una puntata del 1976) offriva al pubblico l'occasione di approfondire il tema dell'abitare da varie angolazioni, con la partecipazione di personaggi fra i quali lo stesso Castiglioni, lo specialista del bricolage televisivo Piero Polato e il poliedrico Bruno Munari.

Chi è Bruno Munari? Un designer? Un artista? Lui stesso si definisce un curioso in un autoritratto del 1994 (nella sezione "Ascolta"), in cui l'allora ottantasettenne creativo pone curiosamente l'accento sulla sua attività di coltivatore di bonsai sul terrazzo del suo appartamento di San Siro.

Quarta tappa: la Scala

Il Teatro alla Scala è un luogo simbolico per i milanesi. Lo sa bene l'architetto Mario Botta, che lo sottolinea presentando la sua Nuova Scala in un documentario di Cristina Trezzini del novembre 2004 (nella sezione "Guarda"), alla vigilia della riapertura del teatro dopo l'intervento di ristrutturazione (non immune da polemiche) messo a punto in soli due anni intervenendo non solo sul profilo architettonico settecentesco disegnato dal Piermarini, ma anche sul cuore pulsante dello spettacolo: il palcoscenico.
Un palcoscenico che in oltre due secoli di storia ha visto succedersi i più grandi interpreti della musica, da Beniamino Gigli a Maria Callas, a Luciano Pavarotti, da Arturo Toscanini a Riccardo Muti e Claudio Abbado. Ma è sicuramente un'icona della danza quella che lega più indissolubilmente, nella vita e nell'arte, il suo nome alla simbolica istituzione culturale: la milanese Carla Fracci.

E' la medesima étoile, appena trentenne, ad esprimere la gratitudine alla sua città e ai suoi concittadini in un'intervista del 1967 (nella sezione "Ascolta"), in cui attribuisce ad una sorta di "milanesitudine" il tratto distintivo del suo carattere, quella tenacia che ha permesso alla figlia di un tranviere cresciuta alla Scuola della Scala di danzare da stella in tutti i teatri del mondo.
Una carriera straordinaria che ha saputo superare anche l'ostacolo di una gravidanza, accolta in casa Fracci, al di là di un comprensibile shock iniziale, con grande gioia e senso di responsabilità da una ballerina "ragazza del nostro tempo", come la definisce l'intervistatrice in una puntata del 1969 della rubrica "Per la donna" (nella sezione "Ascolta"), la storica testata radiofonica curata da Iva Cantoreggi dal 1955 al 1973, che indagò le tendenze dell'universo femminile in piena trasformazione.

Quinta tappa: San Siro

Storiche avversarie nella contesa del tifo calcistico milanese e non, le squadre del Milan e dell'Inter condividono dall'immediato secondo dopoguerra l'erba dello stadio di San Siro, voluto a metà degli anni Venti dal presidente del Milan Piero Pirelli all'estrema periferia della città, dove nel 1920 era già stato inaugurato l'Ippodromo. Progressivamente incorporato nella metropoli lombarda, il cosiddetto "tempio del calcio", ingrandito e adattato all'evoluzione delle esigenze del pubblico sportivo (compreso il museo), dal 1980 è intitolato al leggendario campione dell'Inter e della Nazionale Giuseppe Meazza.
Campione del mondo nel 1934 e nel 1938, Meazza si presenta nel documentario del 1971 intitolato "Come invecchiano i miti", in cui il signore del microfono Giuseppe Albertini lo definisce "l'idolo di Milano", con "quel modo particolare, sottile, tutto suo di giocare" (nella sezione "Ascolta").
Milanese di nascita, l'idolo calcistico della Milano degli anni Trenta, inizò e concluse la sua ventennale carriera con la maglia dell'Inter, squadra alla quale rimase poi indissolubilmente legato, dapprima come allenatore delle formazioni giovanili e poi come presidente degli Inter Club. E proprio perché anziano osservatore privilegiato all'interno del Club, l'ex campione venne intervistato da Fernaldo di Giammatteo nel singnificativo e per certi versi ancora attuale documentario del 1969 dal titolo "Una storia di calci e di milioni" (nella sezione "Guarda"). I calciatori del giorno d'oggi, affermava Meazza, "sono più svegli di noi, hanno la mente più avanzata, sono più intelligenti". I giovani giocatori "più intelligenti" protagonisti del medesimo documentario erano Mazzola, Rivera, Corso, Anastasi, Sarti, Sivori, Altafini, Boniperti, e Giacinto Facchetti, di formazione computista commerciale e quasi ragioniere, ormai avviato alla professione che si era costruito per affrontare la fine della carriera sportiva: quella di assicuratore.
Modesto e signorile, Facchetti non avrebbe poi mai lasciato l'ambiente sportivo, diventando dirigente della Nazionale e dell'Inter, di cui fu Direttore Generale, Vice Presidente e infine Presidente dal 2004 alla morte, avvenuta prematuramente nel 2006.
Ma nella leggenda sportiva Facchetti s'inserisce con la maglia nerazzurra di terzino della grande squadra che si aggiudicò a due riprese, alla metà degli Anni Sessanta, la Coppa dei Campioni. Quella conquistata nel 1965 battendo il Benfica per 1-0 a San Siro è commentata da Tiziano Colotti nella settimanale rubrica del magazine radiofonico "Per i lavoratori italiani in Svizzera" (nella sezione "Ascolta").

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Intervista a Eugenio Montale

Giocogiornale, 01.01.1976 - Al microfono di Marco Blaser il Premio Nobel della Letteratura 1975 racconta alcuni aneddoti della sua attività di redattore e di inviato del Corriere della Sera