Da 75 anni l'Istituto di Davos calcola i rischi di valanghe
(foto Keystone)
E' soprattutto quando inverno e primavera combattono a suon di escursioni termiche che la neve si fa più insidiosa, mettendo a dura prova anche le previsioni degli esperti dell'Istituto federale per lo studio della neve e delle valanghe di Davos, che da 75 anni calcolano il grado di pericolo sulle nostre Alpi.
In questo centro di eccellenza nell'esame della stratificazione del manto nevoso, 130 impiegati provenienti da 15 nazioni monitorano senza sosta le condizioni della neve, emettendo regolari bollettini destinati alle autorità, ai professionisti del turismo e anche agli sciatori, che possono ormai informarsi sui gradi di pericolo anche grazie ai servizi ricevibili direttamente sul telefono cellulare.
Eppure, malgrado la capillarità dei dati, la sofisticazione delle simulazioni, la potenza dei calcolatori e la rapidità dell'informazione, a volte il comportamento della neve riesce ancora subdolamente a sfuggire ad ogni previsione, come è accaduto nel 2009 nell'Oberland bernese, quando una seconda valanga ha ucciso un alpinista e un medico della Rega accorsi in soccorso di un gruppo di sciatori sepolti dalla neve.
Un evento straordinario, inatteso, come spiega all'indomani della disgrazia (l'intervista nella sezione Guarda) un'esperta dell'Istituto di Davos, che aveva valutato solo come moderato (grado 2 su 5) il rischio di valanghe nella regione.
E comunque è impossibile calcolare il pericolo per ogni pendio nevoso. Sta quindi alla formazione, all'esperienza e alla prudenza di chi sfida la montagna fuori dalle piste battute fare i conti con la neve. Una sensibilizzazione degli sciatori "fuori pista", come quella offerta per la prima volta quest'anno dal Club alpino di Bellinzona (il servizio nella sezione Guarda), è quindi la naturale alleata dei calcoli scientifici elaborati a Davos. Ispirarsi al buon senso di chi con la neve ci lavora, come le guide alpine, può minimizzare il rischio di causare valanghe con il proprio passaggio ed evitare di incorrere in pesanti sanzioni (perchè in alcune stazioni sciistiche il "fuori pista" è stato proibito!).
Ma a volte l'imprevisto capita anche ai più esperti e persino nella palestra semi-urbana fuori dalla porta di casa, come accaduto sul Monte Baro nella storia ricostruita dal settimanale Falò (nella sezione Guarda).
In occasione del 75.mo compleanno, due occasioni per scoprire l'Istituto per lo studio della neve e delle valanghe le offrono le rubriche televisive "Svizzera e dintorni" e "Il giardino di Albert": il documentario di Maria Jannuzzi racconta la storia e le principali attività dell'Istituto di Davos, mentre la rubrica scientifica propone, oltre ad un servizio sugli scienziati della neve, anche una visita a Frasco, comune a forte rischio valanghe, che nel 1951 venne sepolto da una gigantesca massa di neve.
Il 1951 è ormai entrato nella storia svizzera come l'"Anno della valanga", fissato nel racconto di Giovanni Orelli sulla disgrazia di Airolo, dove, malgrado l'allarme e la parziale evacuazione, la potenza della natura causò 10 morti. Di quell'evento disastroso nelle Teche della RSI sono conservate immagini e suoni, che Maria Grazia Pelli Bonazzetti ha montato in un documento d'archivio che l'autrice presenta come un "falso storico".
Telegiornale, 04.01.2010