“Yonder is the clock” dei Felice Brothers
I Felice Brothers
Qui per metterci nell’atmosfera giusta ci vorrebbero la lenza di Huckleberry Finn o la fionda di Tom Sawyer. Un catfish pescato nelle acque limacciose del Mississippi e un bivacco da qualche parte nel sud del paese. In sottofondo, un vecchio che racconta la storia di Jesse James mettendoci del suo. Avventure di vagabondi e banditi sulle vie (infinite) d’America. Del resto il titolo del disco in questione recita Yonder is the Clock, che è una citazione tratta dal romanzo (postumo e incompiuto) The Mysterious Stranger di Mark Twain, l’inventore, potremmo dire, del romanzo americano.
I fratelli Felice (Simone, Ian e James) sono originari delle Catskills Mountains, un plateau di alture situate nello stato di New York, a nord della Grande Mela, e a sud-ovest della cittadina di Albany. Terra di violinisti e di suonatori di fisarmonica. Terra di yodel. Figli di un carpentiere di origine italiana, i fratelli Simone, Ian e James Felice hanno iniziato a suonare allietando i barbecue pomeridiani di famiglia, prima di cimentarsi in una carriera di suonatori ambulanti nella metropolitana di New York. Fin qui hanno pubblicato cinque dischi: Through these reins and gone (2006), Tonight at the Arizona (2007), Adventures of the Felice Brothers, vol. 1 (2007), The Felice Brothers (2008), e l’ultimo Yonder is the Clock, pubblicato ad inizio aprile. Oltre ai tre fratelli Felice della formazione fanno pure parte due vecchi amici d’infanzia, Christmas Clapton (che puzza di nome d’arte) e Greg Farley.
Si è parlato, per i Felice Brothers, di una chiara derivazione dalle Basement Tapes di Dylan con la Band di Robbie Robertson. Interpellato in proposito, Simone Felice ha candidamente ammesso di non aver mai ascoltato il suddetto capolavoro. Se derivazione c’è, questa è dunque involontaria, o semmai frutto di una gestazione indiretta, e comunque riguarda piuttosto il disco pubblicato lo scorso anno, non l’ultimo Yonder is the clock. Qui la filiazione va piuttosto fatta risalire almeno fino ai leggendari Medicine Show della metà dell’Ottocento, al vaudeville, alla cosiddetta old time music, alla musica cajun, la jug band music, a tutte le tradizioni popolari sviluppatesi su territorio americano nel corso dei decenni, fino ad arrivare alle sinfonie per ferraglia, raucedine e bidoni dell’immondizia di Tom Waits.
Musica da strada finita su disco, in sostanza. I Felice Brothers sono una band viscerale che forse su disco perde un po’ della sua autenticità, e traduce l’esperienza “on the road” a un esercizio fin troppo “corretto” e didascalico. Anche la voce di Simone Felice sembra impostata per riuscire approssimativa e rauca al punto giusto. Si racconta di una performance straordinaria al Festival del Folk di Newport lo scorso anno. È quasi inevitabile che una band nata per strada risulti poi fatalmente contratta su disco, e che tenda a voler restituire per eccesso le proprie caratteristiche.
Yonder is the clock è un disco di folk immaginario suonato con le mani sporche di terra, dove confluiscono gli elementi più diversi della musica popolare d’America. Che sia bianca o nera, rurale o cittadina, la musica dei Felice Brothers ricrea un paesaggio in cui tutto si miscela e si confonde. Trattino d’amore, di morte, di stazioni ferroviarie, di baseball, di prigione, di fiumi o di gelide notti invernali, le canzoni presenti su questo disco raccontano la storia di un paese immenso, colto in un momento di crisi. Siamo lontani dal grido di speranza di Springsteen (Working on a dream); l’America cantata dai Felice Brothers è una nazione in ginocchio, abitata da figure che all’ottimismo di facciata e al sorriso di Obama rispondono con gli stracci che portano addosso. E se poi dopo l’ascolto del disco vi scoprirete dello sporco sotto le unghie e un graffio sulla faccia, beh, significa che i Felice Brothers hanno rusticamente fatto bene il loro lavoro.
18.05.2009