Il pop intelligente non è morto
Dirty Projectors
Può un disco essere al tempo stesso imprevedibile e rassicurante, elaborato e giocoso, ardito eppure agilmente fruibile? Può, in sostanza, un disco di musica pop essere intelligente? La domanda non è nuova, ma troppo spesso ci si dimentica che la risposta può anche essere affermativa. Sì, è possibile. Il pop intelligente (al pari di altri ossimori non meno incauti che inquadrano un sottogenere musicale frequentato da persone disposte a tutto - folk colto, pop opera o jazz accademico) esiste. Forse in porzioni omeopatiche, ma esiste. Bisogna superare indenni ogni sorta di tentazione, ma alla fine, se tutto va bene, saremo premiati.
Dave Longstreth è un musicista americano che compone delle canzoni pop (altro ossimoro: quando mai la musica pop ha necessità di essere composta?) alla testa di un gruppo che prende il nome di Dirty Projectors. Lo fa dall’inizio del nuovo millennio, con intenzioni benigne e ambizioni da grande arrangiatore ma con risultati altalenanti. Che sia un leader incontrastato ma non facile da accomodare lo testimonia l’andirivieni da nave mercantile che è il suo gruppo: accanto ai cinque membri che attualmente compongono la band si contano già dodici ex-discepoli che lo hanno seguito e assistito più o meno fedelmente nella registrazione di otto dischi (il primo, The graceful fallen mango, era in verità firmato dal solo Longstreth), fino all’ultimo, il nono, intitolato Bitte Orca, e pubblicato da una nuova etichetta, la Domino Records.
Nel 2007 i Dirty Projectors avevano pubblicato un disco intitolato Rise above che si proponeva di rileggere il disco d’esordio del gruppo punk hardcore dei Black Flag di Henry Rollins (Damaged, l’anno uscita era il 1981), ma di farlo dopo che erano trascorsi quindici anni dall’ultimo ascolto. Un esercizio (un gioco) che racconta abbastanza bene come per Dave Longstreth il fare musica non possa prescindere da una certa dose di rischio e di avventatezza. Arrangiatore colto e originalissimo (non dimentichiamo che il nostro si è laureato in composizione all’università di Yale), Longstreth si divertì a ricreare quel disco re-immaginandolo daccapo e trasformandolo attraverso il suo consueto e denso lavoro di orchestrazione.
Bitte Orca, l’ultimo lavoro, sintetizza al meglio l’universo musicale di Dave Longstreth e tutto quanto il musicista è andato esplorando nell’ultimo decennio. Ma al disco va ascritto un merito che i precedenti lavori non erano ancora riusciti a mettere precisamente a fuoco (niente esclude che si trattasse di una scelta premeditata del suo autore), e cioè il perfetto equilibrio fra la sperimentazione (o la "sperimentazione", se preferite, con tanto di virgolette) e la scrittura pop. Il disco si compone di novetracce e scorre via fra sorprese e trovate tanto gustose quanto frutto di una sensibilità musicale davvero rara in ambito di musica pop. Tentare una definizione che induca all’ascolto anche le orecchie più sospettose è impresa ardua. È stato scritto, non senza avvedutezza ma anche un pizzico di follia, che nella sua musica confluiscono i riff modali della musica del Mali, il teatro musicale, il vocalismo antifonale dei pigmei africani, Captain Beefheart, il rock congolese e dello Zimbabwe, i King Crimson, i Talking Heads e qualcosa d’altro ancora. Se questo po’ po di intruglio non vi stuzzica allora siete degli inguaribili seguaci di Albano e Romina Power (e ben vi sta).
Si può dire che Bitte Orca è un disco in cui le bizzarrie e le eccentricità di Dave Longstreth si sposano a meraviglia con il suo senso per la melodia pop. È un disco di quello che una volta, nemmeno tanto tempo fa, i più audaci si spingevano a definire art-pop. Che cosa significasse esattamente l’espressione, non l’abbiamo mai capito. Quel che sappiamo però è che la musica dei Dirty Projectors non può lasciare indifferenti. A nostro parere questo è un disco che concorrerà alla palma di miglior disco di musica indipendente dell’anno. Se ne riparlerà a tempo debito, in sede di premiazione.
22.06.2009