Video clip dal disco "Seya"
10.08.2009
Dopo dodici anni nuovo disco per la cantante Oumou Sangaré
Oumou Sangaré
Dopo aver fondato un albergo a Bamako, dopo essersi messa ad importare automobili (!) dalla Cina - utilitarie battezzate col proprio nome: Oum Sangs - e dopo esser stata nominata ambasciatrice della FAO per conto delle Nazioni Unite, la cantante Oumou Sangaré torna finalmente alla musica. L'avevamo conosciuta nel 1991, agli albori del cosiddetto fenomeno world music, quando pubblicò il disco Moussoulou, straordinaria rivelazione di un talento che diede visibilità internazionale alla regione maliana del Wassoulou, antica terra posta a sud del fiume Niger, culla di civiltà ma soprattutto custode di preziosi tesori musicali. Seguirono i dischi Ko Sira nel 1993 e Worotan nel 1996, e infine la retrospettiva Oumou nel 2004. Oggi, a quasi dodici anni dall'ultima produzione "originale", salutiamo l'uscita di Seya (gioia), quarto disco in studio prodotto sempre per l'etichetta World Circuit con la quale la cantante aveva firmato un contratto appena ventunenne, e questo grazie all'interessamento di un’altra stella della musica maliana, il chitarrista Alì "Farka" Touré.
Seya riprende il discorso lasciato in sospeso anni fa sia dal punto di vista delle tematiche che da quello musicale. Si tratta cioè di poligamia, di matrimoni forzati (in particolare nella canzone Wele Wele Wintou), del ruolo della donna nella società africana, di emigrazione e di popolazioni nomadi (Sukunyali), di cacciatori (Donso, in osservanza alle tradizioni canore della sua terra), di relazioni armoniose all'interno del nucleo famigliare (Senkele Te Sira), del valore della comunità (Djigui), fino a un esplicito omaggio a Djekani Djeli, una vecchia e saggia donna griot vissuta quando Oumou Sangaré era ancora bambina (Iyo Djeli). Il disco si apre però con un grido di speranza per le donne che soffrono (Soun Soumba), un'esortazione all'unione famigliare, a una migliore considerazione della donna nella società maliana e al consolidamento del vincolo matrimoniale. Oumou Sangaré non rinuncia cioè a farsi portavoce e tramite dei grandi temi che attraversano la società africana contemporanea, ponendosi di fatto come la più autorevole e verosimile erede di Miriam Makeba nel ruolo di Mamma Africa.
Il disco è stato registrato fra Bamako e Londra ed è prodotto da Cheik Tidiane Seck (vero e proprio nume tutelare della musica africana; già collaboratore di Fela Kuti, Mory Kanté, Salif Keita e Youssou N'Dour) e allinea uno sterminato quanto ricco parterre di musicisti: una cinquantina di nomi che si succedono lungo le undici tracce del disco. Fra questi vale la pena citare il virtuoso di chitarra Djelimady Tounkara, autore di originalissime e precise fioriture strumentali, il batterista nigeriano Tony Allen, il sassofonista (già con James Brown) Pee Wee Ellis, il trombonista Fred Wesley, i violinisti Christophe Raymond e Anthony Leung, o ancora il batterista ex-Living Colour Will Calhoun. Il disco, attraversato da fitte trame ritmiche e da armonizzazioni in perenne movimento, ci offre una perfetta sintesi di antico e moderno, di sapienza musicale africana accortamente impreziosita da una sensibilità di stampo più occidentale (l'organo Hammond suonato da Cheik Tidiane Seck, le chitarre elettriche di Tony Remy o Hervé Samb, i fiati funk di Pee Wee Ellis e Fred Wesley).
Siamo molto lontani dai cliché di certa world music odierna. Seya si propone come un disco dal suono ricco e compatto, stratificato a dismisura, dentro cui si svolge e si avvolge un discorso musicale che è quanto di più raffinato ci sia capitato di sentire da tempo in ambito di musica world. L’aspetto più affascinante è probabilmente costituito proprio dalla ricchezza e dalla profondità di suggestioni che è possibile individuare ascoltando il disco con attenzione. Dal tappeto sonoro che sembra fondere suoni e ritmi dentro un magma quasi indistinto emerge una cura per il dettaglio che non corre mai il pericolo di sfociare nel suo spauracchio, e cioè l’eccesso di produzione. Seya è uno dei grandi dischi di questo 2009. Fa piacere che esca dal cappello della world music ma che rivendichi una propria autonomia estetica. Fa piacere soprattutto constatare come la musica africana abbia ormai assimilato le derivazioni dalla musica occidentale stillandone il meglio e mettendolo al servizio della propria sintassi musicale. E in questo senso, forse, anche il termine world music rischia di invecchiare molto velocemente, finendo con l’identificare, più che un genere musicale, una stagione di passaggio. L’abbandono dell’esotismo in favore di un linguaggio che davvero sposi la globalità delle sue suggestioni.
10.08.2009