giovedì, 10 settembre 2009 ore 08:39 (UTC+1)

Aria di blues e di Cotton Club

Nel disco "Blood from the stars" di Joe Henry

Leggi

di Corrado Antonini

Joe Henry

È reduce dalla produzione dei dischi Bright Mississippi di Allen Toussaint e A stranger here di Ramblin' Jack Elliott, due dischi profondamente venati di blues. Che il suo ultimo Blood from Stars sia imbevuto di blues come non era mai successo prima, non dovrebbe dunque sorprendere più di tanto. The man I keep hid, la canzone che apre il lavoro (escludendo il preludio Light no lamp when the sun comes down, che poi scopriremo, in coda, essere qualcosa di molto simile a uno spiritual), è un brano che non sarebbe dispiaciuto al primo Duke Ellington, quello del Cotton Club, e dà la misura del tipo di blues col quale il nostro ha intenzione di confrontarsi. Un blues cioè che passa attraverso l’esperienza del jazz e che profuma di New Orleans. È dentro i confini di un’America sempre più rivolta al passato che si muove l’undicesimo lavoro di Joe Henry, autore, musicista e produttore americano che da più di vent’anni ormai conosciamo come una delle firme più autorevoli della canzone d’autore d’oltre oceano.

Rispetto al precedente Civilians, pubblicato nel 2007, questo Blood from the Stars appare subito come un disco molto più diretto. Sarà la scrittura blues che pervade molte delle sue canzoni, sarà la presenza di musicisti che ormai collaborano con Joe Henry da molti anni (il chitarrista Marc Ribot ad esempio, uno dei musicisti più cercati degli ultimi anni, lavorò con lui nel prezioso Scar del 2001), pensiamo al tastierista Patrick Warren, al bassista David Piltch o al batterista Jay Bellerose, ma il disco da un punto di vista emotivo scorre via in modo molto più crudo e grezzo rispetto ai lavori precedenti. Dopo essersi abbeverato alla fonte del jazz e a quella del folk nella più pura tradizione del folksinger, ecco che Joe Henry si cimenta in modo diretto con la forma del blues. Racconta, Joe Henry, di lavorare sulla struttura del blues nello stesso modo in cui affronterebbe la scrittura di un sonetto o di un haiku. Lavorando cioè sulla semplicità e l’efficacia della ripetizione del verso tipica del blues. Dice di aver letto molta poesia negli ultimi mesi: Allen Ginsberg, Langston Hughes, e.e. cummings, e di aver decifrato il potere insito nella struttura del blues, ben nota e studiata da questi poeti. Blood from the Stars è insomma un disco che si muove dentro la tonalità scura e fangosa del blues, ma lo fa rifuggendo lo stereotipo e i clichè che determinano buona parte della produzione blues di questi anni.

La bontà e l’importanza di questo Blood from the Stars risiede anche nel fatto che Joe Henry, per la prima volta in carriera, sembra non distinguere più fra la sua attività di autore e di musicista da un lato, e quella di produttore dall’altro. C’è insomma una continuità di discorso che emerge come un tratto caratteristico della personalità e che segna anche la maturazione artistica di Joe Henry. Si avverte ormai in queste tracce una sicurezza e un mestiere che sono quelli di un personaggio che ha alle sue spalle collaborazioni tanto prestigiose e diverse (ha prodotto, tanto per essere chiari, dischi di gente come Solomon Burke, Elvis Costello, Ornette Coleman, Madonna, Ani DiFranco, Don Byron, T- Bone Burnett, oltre ai già citati Allen Toussaint e Ramblin’ Jack Elliott). D’altro canto anche la scrittura si dimostra sempre più sicura, al punto che in molti brani il paragone con firme come quella di un Randy Newman o di un Tom Waits appare quasi ovvio e naturale.

Suonato e scritto benissimo (da segnalare, oltre ai musicisti già citati, anche la presenza del quotato pianista Jason Moran, e del figlio di Joe Henry, Levon, sassofonista di sicuro avvenire), Blood from the Stars è un grande disco di pop/blues. La conferma, l’ennesima, di un autore sempre più apprezzato dagli addetti ai lavori, ma ancora non profilatosi come meriterebbe nei confronti del grande pubblico. Un disco che affonda a piene mani nel passato si diceva, ma che non rinuncia a trasformare in moneta sonante quel patrimonio, aggiornandolo alla sensibilità odierna e regalandoci una manciata di canzoni che sembrano rappresentare bene lo “stato della nazione” America dal punto di vista musicale. Assolutamente da sentire.

Guarda

"Scar" dal disco omonimo del 2001

01.09.2009

RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, succursale della Società svizzera di radiotelevisione SRG SSR logotipo