Bel canto e brutto canto
29.09.2009
Origine e sviluppo del canto lirico
All’inizio della storia di oggi c’è proprio il vile denaro. Intendo dire che all’origine del bel canto, del canto lirico, del canto operistico, c’è una questione di puro guadagno. Vi racconto in breve com’è andata la storia, la storia di come e dove sia nato quel modo di cantare che caratterizza quel genere musicale che va sotto il nome di melodramma. Ogni manuale di storia della musica, vi racconterà certamente che il melodramma nacque a Firenze nell’anno 1600, presso un cenacolo di intellettuali detto Camerata de’ Bardi, per il cui sollazzo il poeta Ottavio Rinuccini e i musicisti Jacopo Peri e Giulio Caccini realizzarono un’opera, la prima opera in musica, chiamata “Euridice”. Questa “Euridice”, fu certamente importante per essere stata il primo melodramma della storia, ma non fece molta strada. Era stata realizzata per la Camerata de’ Bardi ed era quindi uno spettacolo di corte. Non riguardava la gente comune che nulla seppe di questo esperimento. Pochi anni dopo, nel 1607 Claudio Monteverdi fece qualcosa di molto simile, un lavoro chiamato “Orfeo”, rappresentato in uno dei saloni del palazzo ducale di Mantova. L’opera di Monteverdi piacque moltissimo, ma ancora si trattava di uno spettacolo di corte per un pubblico di VIP. Un bel po’ di anni dopo invece, a Venezia, nel 1637 si aprì il Teatro di S. Cassiano e qui l’opera rinacque nella forma che a noi oggi è ancora nota: opera impresariale, che mobilita un sacco di gente, che costa soldi a palate per essere allestita e che, se non ha successo, facilmente manda in fallimento chi ne sostiene l’onere economico. Proprio per sostenerne l’onere economico si dovette inventare un modo nuovo di cantare, un modo nuovo di proiettare la voce. Ci si riuscì. L’operazione ebbe successo e il melodramma si diffuse in tutta Europa, ed era praticato da uomini, anche per i ruoli femminili – i famosi castrati.
Come nacque questo modo di cantare, che è alla base poi di quella che sarà la vocalità operistica dell’Ottocento e del Novecento, e quali furono le motivazioni alla base del suo esistere? Furono motivazioni eminentemente pratiche. Immaginate come, in un teatro tipo San Cassiano, con sei file di palchi sovrapposti, e ciascuna fila ne contava ben 31, per la prima volta, cantare voleva dire esibirsi di fronte ad un pubblico enorme –un pubblico che pagava il biglietto (novità straordinaria). Tutti quelli che lo acquistavano pretendevano giustamente di poter bene ascoltare le voci provenienti dal palcoscenico, anche in fondo alla platea o nel cosiddetto loggione. Divenne allora necessario per i cantanti imparare a farsi sentire e produrre un tipo di voce che potesse essere proiettata, letteralmente, dal palcoscenico, e capace di raggiungere ogni angolo del teatro, anche il più lontano.
Questo tipo di voce, che ben presto si guadagnò l’appellativo di “bel canto”, non è producibile spontaneamente; richiede addestramento. Ma è resa necessaria dalla ragione di cui ho detto prima: consente l’udibilità della voce in ampi spazi. Gli ampi spazi, i teatri, potevano così diventare sempre più grandi, ospitare un pubblico numeroso, e solo un pubblico numeroso che paga il biglietto (allora non c’erano sovvenzioni statali!), consentiva l’allestimento di spettacoli sfarzosi e costosi. Ma il “bel canto” rivelò ben presto altri vantaggi; per esempio quello di sviluppare l’estensione vocale di chi lo produce e di consentire, previo adeguato allenamento, di usare la voce virtuosisticamente, con agilità quasi strumentale. Nulla di simile si era mai avuto prima e il successo del melodramma commerciale che nacque proprio nel 1637, a Venezia, al teatro di S. Cassiano, fu enorme. L’inaugurazione avvenne con un’opera dimenticata di autore pure dimenticato: Andromeda, di Francesco Manelli. Subito dopo un compositore che ancora ricordiamo, Pier Francesco Cavalli, iniziò a collaborare con San Cassiano e continuò a farlo per circa trent’anni. Nel frattempo a Venezia erano nati ben altri 6 teatri operistici. Da quel momento in poi, nel giro di pochi decenni, il melodramma si diffuse in tutta in Europa. A Londra, nel Settecento, come gli appassionati sanno, George Friedrich Handel, coltivò questo genere con grande impegno.
Ho già chiarito che fu l’esigenza pratica di ospitare pubblico pagante, e finanziare una forma di spettacolo costosissima (orchestra, cantanti, scenografia, macchine di scena, illuminazione, ecc.) a far nascere, nel corso del Seicento, questo “bel canto” che rivela possibilità dell’organo vocale fino ad allora inesplorate. Col melodramma e col bel canto nasce anche il pubblico in senso moderno, il pubblico pagante. Non erano pubblico in questo senso i gruppi di ascoltatori dei salotti aristocratici o delle corti, né quelli ascoltavano musica religiosa nelle chiese. La vera qualifica di “pubblico” spetta per la prima volta ai frequentatori dei teatri d'opera veneziani. Ma c’è altro. L’etnomusicologia ha evidenziato come negli ambienti in cui prevale l’oralità, e in cui sopravvivono tradizioni vocali antiche, l’emissione vocale preferita fosse di gola (piuttosto che di petto) e, soprattutto nell’Europa mediterranea, fortemente nasalizzata. Si ritiene dunque che nel Medioevo e Rinascimento si cantasse in modo simile. Per esempio, I volti tesi degli angeli cantori nei dipinti dei fratelli Van Eyck sull’altare della cattedrale di Ghent sono interpretati come segni dello sforzo necessario a produrre un tono nasale. Oggi ci farebbe forse orrore, lo chiameremmo magari “brutto canto”, perché non siamo più abituati. Occorre però pur dire che lo stesso “bel canto” non è di gradimento universale, al di là delle persone che hanno familiarità con la tradizione operistica. A chi non lo conosce pare brutto e addirittura comico, innaturale, rispetto all’emissione piana e distesa dei cantanti di canzoni. Insomma: anche il bel canto, come ogni forma di musica, è legato ad una estetica che dipende da un contesto storico e sociale assai particolare.
29.09.2009