domenica, 15 novembre 2009 ore 09:47 (UTC+1)

Glenn Gould: il pianista che non amava Chopin

O della complessità in musica

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di Marcello Sorce Keller

Glenn Gould

Glenn Gould fu un musicista assai particolare. Piaccia o non piaccia, nessuno può negare che le sue scelte esecutive e interpretative furono sempre personalissime, spesso antitradizionali. Sempre motivate però; motivate dagli studi e dalle letture di cui Glenn Gould continuamente si nutriva. Bisogna dirlo: era un musicista insolitamente colto. Era colto non solo nel senso che leggeva di letteratura o di filosofia, ma anche perché era costantemente aggiornato su questioni di storiografia e tecnica musicale. Andava oltre la lettura della biografia di questo o quel compositore, cosa che spesso si scambia per cultura musicale. Si nutriva di quel campo di studi vastissimo, chiamato teoria e analisi, che è sostanzialmente ignorato dalla maggior parte dei musicisti, ma non lo era da Glenn Gould. Da queste letture, da questi studi gli era venuta progressivamente una passione per la musica che presentasse un certo tipo di complessità che lui non trovava, per esempio in Mozart. Glenn Gould in uno dei suoi scritti definisce Mozart, addirittura, un “compositore per la mano destra”. Questo perché, sì è vero, nella musica mozartiana per pianoforte le cose veramente belle sono offerte dalla mano destra e non dalla sinistra che si limita a produrre figurazioni di accompagnamento. Glenn Gould fu pure un pianista – caso rarissimo – che non amava Chopin. Non amava quindi il compositore di musica pianistica ‘par excellence’. Ma non si trattava di una antipatia specifica per Chopin, quanto piuttosto di una sua mancanza di empatia per la musica romantica in generale. Glenn Gould preferiva la pre-romantica e la post-romantica – con qualche eccezione, tra cui, per esempio, Wagner (che naturalmente trascriveva lui stesso per la tastiera). Anche questa era una originalità: negli in cui lui visse, tra circa il 1940 e il 1980 i musicisti disprezzavano le trascrizioni. Uno degli autori che invece Glenn Gould straordinariamente amava era Bach. In Bach trovava le forme di complessità che maggiormente lo attraevano: la polifonia e il contrappunto. Apprezzava dunque la polidimensionalità di una musica il cui interesse non risiede solo in quello che avviene a livello frontale. Certamente è vero che in Bach raramente si può parlare di accompagnamento, perché tutto accompagna tutto e quindi tutto ha quasi sempre lo stesso rilievo e la stessa importanza.

Dicevo appunto che Glenn Gould trovava nella musica di Bach la forma di complessità che particolarmente amava. Lo disse e lo scrisse numerose volte, che lui amava la musica che manifestasse un certo grado di complessità. Naturalmente si trattava di quella che i suoi occhi e le sue orecchie meglio sapevano riconoscere. In realtà, a me pare che la complessità non sia necessariamente intrinseca alla musica stessa, ma risieda piuttosto nel gioco tra come le intenzioni del musicista si traducono nella performance e come il tutto viene interpretato da chi ascolta. Se uno guarda le cose da questo punto di vista Mozart e Chopin non sono meno complessi di Bach, e non lo è nemmeno una canzone di Freddy Mercury o uno yodel di Appenzell. Sbagliava dunque, io credo quando, per spiegare come mai non amasse per nulla la musica rock Glenn Gould disse: “Non riesco a capire le cose troppo semplici.” Ma, naturalmente, è lecito avere preferenze. Al tempo stesso il suo caso ci mostra come anche persone di straordinaria sensibilità musicale quasi mai amano la musica a tutto campo, in generale, ma solo alcuni generi musicali – ad esclusione degli altri. Comunque, lo dicevo all’inizio, Glenn Gould non piace a tutti, e non piace a tutti perché faceva scelte estetiche che nella subcultura classica a volte venivano giudicate irrispettose. Per esempio, la sua esecuzione più sconcertante, se non addirittura scandalosa fu quella delle Diabelli Variationen, in cui usò il pedale in modo tale da ottenere un sovrapporsi di suoni che in un esame di conservatorio guadagnarebbe sicuramente una bocciatura!

C’è pur da dire che Glenn Gould fu anche un pianista che non credeva nell’esecuzione dal vivo. Quante volte avrete sentito dei musicisti predicare con convinzione che, per quanto sofisticata e bella possa essere la registrazione su disco, nulla eguaglia l’esperienza del concerto dal vivo. Al contrario Glenn Gould credeva e anche sperava che il disco avrebbe un giorno rimpiazzato del tutto l’esecuzione live. Come sempre in lui la presa di posizione si basa su motivi interessanti. Gould era consapevole di come l’estrema professionalizzazione del far musica avesse espropriato la musica stessa dalla vita attiva della gente comune. Quanti dilettanti oggi suonano Beethoven senza sentirsi mortificati dal confronto con i professionisti! È un peccato che sia così e Glenn Gould lo comprendeva. Ma col disco, almeno, e così pensava lui, l’ascoltatore può fare tante scelte: volume, filtraggio, esaltazione di alcune frequenze, quando, dove come ascoltare, tutte scelte che almeno in piccola misura gli consentono di riappropriarsi di una iniziativa musicale. È un’idea che io trovo bella.

È interessante come Glenn Gould, questo pianista che non amava Mozart, che rifiutava Chopin e la musica romantica, amasse invece quella della seconda scuola viennese, quella di Schoenberg, Berg e Webern. Nella loro arte musica trovava quella forma di complessità che gli era congeniale; e complessa la musica di questi viennesi certamente lo è; è difficile farsi una idea della sua topografia, anche quando ci prende momento per momento, e pur avverte che quanto che precede costituisce la premessa di ciò che segue. Quando ascolto oggi opere degli autori viennesi del primo Novecento trovo la loro musica sognante e romantica nel senso più bello della parola, romantica senza sentimentalismo. Ma ricordo bene che quando ero ragazzo queste risonanze romantiche non le percepivo io e non le percepiva nessuno. Questa musica rappresentava allora la modernità. Oggi rappresenta invece la tradizione, se pur in un suo aspetto vernacolare che si è rivelato un vicolo cieco, non più percorso da nessuno. Diciamo allora che il romanticismo intellettuale, quello mascherato di modernità espresso da Schoenberg, Berg e Webern era la sola forma di romanticismo che Glenn Gould poteva apprezzare. Il perché credo lo troviamo in una sua dichiarazione, quando disse che lo scopo dell’arte non è quello di farci produrre una scarica di adrenalina, ma la costruzione graduale, protratta nel corso della vita intera di uno stato di serenità mista a meraviglia. Vedete, non la solita sciocca banalità degli artisti che oggi fanno la dichiarazione alla moda, di volerci dare emozioni – cioè scariche di adrenalina. Di emozioni ne abbiamo tutti già abbastanza per conto nostro. Dall’arte speriamo di avere qualcos’altro, e Glenn Gould era consapevole di questa esigenza.

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Glenn Gould: il pianista che non amava Chopin

Note in libertà, 08.11.2009