lunedì, 30 novembre 2009 ore 07:57 (UTC+1)

Elogio dell'intruglio

Multiculturalità del fenomeno musica

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di Marcello Sorce Keller

Io mi domando se tra voi ci siano amanti della “buona musica classica”, del “vero jazz”, della “autentica musica popolare”, della “genuina canzone napoletana”. Spero di no perché queste belle cose, in realtà, sono solo fantasie. Interessante semmai, è che si possano immaginare. Ma la realtà è diversa. Nulla in fatto di arte è mai puro, autentico, originale. Tutto è invece impuro, inautentico, derivato, in misura maggiore o minore secondo il caso e la necessità. Ne sono consapevole al punto che trovo difficile amare musica in cui non possa riconoscere gli elementi meticcio (sarebbe come mangiare un cibo senza sapere cosa c’è dentro). Quando non riesco a riconoscere gliingredienti, vuol dire che non sono sufficientemente vicino e in sintonia con lo stile, il genere, o la tradizione. Mi piacciono autori come Bach, Bartók e Stravinsky perché là vedo gli ingredienti e comprendo il carattere ibrido dei loro prodotti. Per questo amo il blues, il jazz, il flamenco, in cui pure riesco ad assaporare gli elementi dell’intruglio. Se invece dite che una certa musica è tipicamente francese, puramente tedesca o autenticamente italiana, veramente nera, squisitamente giapponese, e via dicendo, pur sapendo nel mio animo che non è possibile, il fatto stesso che si pretenda di presentarmi una supposta autenticità, mi disturba e mi passa la voglia di ascoltare. Tutto questo non vuol dire che non ci sia musica in cui vari gruppi nazionali, etnici e culturali si riconoscono e dichiarano come propria. Ma questa è altra faccenda. Semplicemente ci dice che, anche quando pensiamo di avere in mano qualcosa che rappresenta la nostra identità, anche questa è composita e non potrebbe essere altrimenti.

Beethoven rappresenta per noi oggi un momento cruciale nella storia del sinfonismo tedesco, al punto che non facilmente percepiamo quanto ci sia di francese nella sua scrittura orchestrale. Perché non lo percepiamo? Semplicente per mancanza di familiarità con la musica di compositori francese che Beethoven avidamente studiava: Luigi Cherubini (francese come i croissants, nonostante il nome italiano), Etienne-Nicolas Méhul, Jean-François Le Sueur, François-Joseph Gossec. Questi compositori non li conosciamo perché i nostri storici della musica li hanno relegati nel cassetto dei compositori minori – il minorame. Quindi, considerate quanto sia interessante la faccenda. Noi apprezziamo Beethoven, ma rifiutiamno di ascoltare proprio queii musicisti che lui teneva in alta considerazione e che lui emulava! E come li emulava. La sostanziosa orchestra Beethoveniana con il suo sound prodotto dalle sezioni che suonano spesso insieme invece che a turno (come in Haydn e Mozart), l’uso di melodie che sono in realtà temi, cioè poco significative in sé e per sé ma adatte all’elaborazione, tutte questi sono caratteri della musica degli autori francesi dell’epoca rivoluzionaria che Beethoven volle riprodurre. Il sound beethoveniano, teutonico, quello che Karajan tanto bene e tanto eccessivamente enfatizzava, è alla sua origine un sound francese nato per rivolgersi alle grandi masse che la Rivoluzine voleva mobilitare. Da questo punto di vista (e da altri sui quali non mi soffermo, perché desidero andare avanti), la musica di Beethoven è un un ibrido. Ed è in altro senso e misura pure un ibrido la musica di Bartók.

Perché la musica di Bartók è un ibrido? Ma perché fonde le tecniche compositive mitteleuropee della musica scritta e le applica a materiali sonori che provengono da tradizioni orali non solo dell’Ungheria, ma anche della Romania, Bulgaria, dell’area balcanica in generale e perfino della Turchia e dell’Algeria. Tutte le musiche d’autore, come pure al livello più alto tutte le civilizzazioni, tutte le culture (anche quelle musicali) sono il risultato di scambi, ibridazioni, processi trasformativi, a volte drastici e perfino in buona parte distruttivi: sono come le omelettes che si fanno, appunto, con le uova strapazzate. In altre parole, sono un intruglio e per questo ho pensato di intitolare la mia nota così: elogio dell’intruglio. Del resto cosa c'è di puro a questo mondo? Nulla. Anche il nostro patrimonio genetico contiene spazzatura. I i nostri stessi cromosomi sono portatori di geni che provengono da altre specie. Non solo li abbiamo in comune con le scimmie antropomorfe ma, addirittura, con i primi batteri che popolarono la terra e con i rettili del giurassico. Anche noi umani siamo un intruglio. Tutto a questo mondo lo è. La musica non costituisce eccezione. La chitarra che ci piace strimpellare è di origine araba; quando Eric Clapton, musicista inglese, suona il blues (e come lo fa bene) si ricollega ad una tradizione afroamericana; la musica di Bach è tedesca sì, ma anche francese inglese e italiana, le canzoni di Yves Montand di Claude François, sono francesi e al tempo stesso molto sì americane!

Una suite di Bach, o per questo anche di Handel o di Telemann, una suite del sei-settecento per intenderci, può essere presa a modello e simbolo dell’intruglio o, per dirla in termini più colti, della multiculturalità o pluriculturalità del fenomeno musica. Guardiamo i suoi movimenti: l’allemanda è di origine tedesca, la corrente è francese, la sarabanda è spagnola, la giga è inglese. Mettiamola allora così: le uniche musiche a non essere ibride sono quelle in cui, per nostra carenza, non siamo in grado di riconoscere gli elementi del miscuglio. È musica stilisticamente “pura” dunque, solo quella di cui abbiamo dimenticato le origini miste. A me piace molto che sia così. È la disomogeneità e complessità del mondo che rende la vita più interessante. Quello che maggiormente mi affascina del mondo d’oggi è la disponibilità di molti all’ascolto di musiche che sono visibilmente e dichiaratamente prodotti ibridi: è una disponibilità maggiore che non in passato, quando il mito di una presunta purezza sembrava attraente. Ma ora non più o, se non altro, molto meno. Forse perché nella storia dell’Otto e Novecento l’idea della purezza agganciata al concetto di razza, popolo e nazione ha avuto conseguenze tanto nefande (e dove sopravvive continua ad averle). Il passato alle volte, anche nei suoi aspetti peggiori è duro a morire. Pensate che tempo fa trovai nel Corriere del Ticino questa nota di cronaca. Dice così: “Playback vietato per legge in tutto il Paese, alla scopo di salvaguardare la purezza del canto popolare e difenderlo dalle «influenze straniere negative»: è questa l’ultima trovata di Saparmurat Niazov, presidente e padre padrone della repubblica ex sovietica del Turkmenistan,... «Bisogna proteggere i veri e genuini valori culturali della Patria» , ha tuonato Niazov durante una seduta del governo ripresa dalle telecamere. «Le tradizioni della musica e del canto del popolo turkmeno vanno difese dalle influenze straniere negative» , ha aggiunto, ordinando che il playback – veicolo di contaminazioni artificiali – sia immediatamente bandito «in tutte le manifestazioni pubbliche e statali, nei programmi televisivi» , ma anche nei matrimoni e nelle feste private”. Avete sentito? Cose, cose, dell’altro mondo!

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Elogio dell'intruglio

Note in libertà, 30.11.2009

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