mercoledì, 09 dicembre 2009 ore 09:13 (UTC+1)

L'urlo dei bassifondi

Il ritorno di Tom Waits con "Glitter and Doom Live"

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di Corrado Antonini

Tom Waits

In contemporanea con il compimento dei 60 anni, esce Glitter and Doom Live, ventunesimo disco (e terzo live, dopo Nighthawks at the Diner del 1975 e Big Time del 1988) di Tom Waits. Dalle fantomatiche circostanze che hanno dato luce, sessant’anni or sono, a una delle figure più carismatiche della canzone d’autore americana degli ultimi quarant’anni (“Sono nato sul sedile posteriore di un taxi in un posteggio d’ospedale mentre il tassametro scattava. Sono emerso che avevo bisogno di una bella rasatura e ho urlato: ‘Times Square, e schiaccia su quell’acceleratore!’”, ha dichiarato anni addietro lo stesso Waits) per arrivare a quest’ultima prova discografica, il buon Tom ha percorso parecchia strada.

Pensiamo all’eccentrico beatnik della metà degli anni ’70, innamorato del blues, della musica jazz e della tradizione dei grandi song del bel tempo che fu, affogato nel fumo di una Lucky Strike a raccontare le storie degli umili e degli emarginati d’America (“l’unico mio problema con l’alcool è quando non riesco ad averne”), passando per il rumorista sinfonico che inventò una vera e propria orchestra di rottami in dischi memorabili come Swordfishtrombones, Rain Dogs o Franks Wild Years (“erano il diario di un delirio, un’esotica odissea”), per arrivare al buon marito e al padre di famiglia che continua a esplorare i propri fantasmi e quelli di un’intera nazione badando a mantenere vivo e credibile il suo personaggio e il suo discorso musicale.

Tom Waits non ha mai girato molto dal vivo. Si è sempre offerto con parsimonia ai suoi fans. Nell’estate dello scorso anno i biglietti della sua tournée intitolata Glitter and Doom andarono letteralmente a ruba (le serate negli Stati Uniti furono appena una dozzina – e nessuna nelle grandi metropoli, New York, Los Angeles o Chicago - e quindici gli appuntamenti in Europa, fra cui tre concerti al Teatro degli Arcimboldi di Milano). Poco più di un anno dopo la tournée ci viene dunque riproposta sotto forma di un doppio album che presenta diciassette tracce sul primo CD e una raccolta di gag e monologhi nello stile tipico di Tom Waits sul secondo CD (alcune divertentissime, altre stranianti e surreali, come il tentativo, riuscito, di acquistare su E-Bay l’ultimo respiro di Henry Ford – “credo di averlo pagato un po’ troppo, ma dopotutto era un pezzo unico”).

Il disco riproduce in modo abbastanza fedele una tipica serata in compagnia di Tom Waits. Ci sono le canzoni, pochi classici in verità (fra cui una spiritata versione di Singapore da Rain Dogs), molto del repertorio tratto dalle ultime produzioni di Waits, con un occhio di riguardo per il triplo Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards; c’è la voce, naturalmente, quel rantolo da orco che sembra ormai aver raggiunto profondità demoniache ma sempre ben disposto a raccontare la fragilità umana in tutte le sue declinazioni; c’è la musica, sottolineata da una band decisamente affiatata (fra cui spicca il figlio dello stesso Tom, Casey Waits alle percussioni); e poi l’atmosfera inconfondibile, grezza, ruvidissima eppure dolce, sognante, perfettamente bilanciata fra suoni lancinanti, tamburi da rigattiere e organetti di periferia.

Poca o nessuna concessione viene fatta al repertorio più classico, il repertorio del Tom Waits prima e seconda maniera, quello che va da Closing Time a Bone Machine tanto per intenderci, come se Waits fosse refrattario a ricalcare il già fatto. Certo, i tempi in cui un disco di Tom Waits rappresentava ogni volta una spavalda apertura sull’ignoto sono ormai un ricordo, ma a sessant’anni suonati, e con tanta musica originale alle spalle, ci si può ben accontentare anche del “solito” Tom Waits e delle sue svagate e lucide perlustrazioni dell’animo umano. O no?

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"Lucinda / Ain’ Goin’ Down To The Well No Mo’"

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