Riflessioni canoniche (parte prima)
Note in libertà, 28.12.2009 - A cura di Marcello Sorce Keller
Sui capolavori immortali della musica
Canone, canone, canone. Una bella parola, non è vero? Appartiene al linguaggio colto e incute anche un pochino di soggezione. Non è certamente una di quelle che ci aspettiamo di sentir pronunciare dai ragazzi in età scolastica, all’interno delle loro locuzioni del tipo: “ma, cioè, però, capisci, voglio dire, non è evidente”!
Oggi vi parlo di “canone” perché alla parola vengono dati in ambito musicale due significati fondamentalmente differenti. Il primo lo si spiega facilmente ricordando la canzoncina “Fra Martino campanaro”, che conosciamo dagli anni delle scuole elementari. Qualcuno inizia a cantare la melodia, dopo pochi secondi un altro la riprende (quindi in ritardo rispetto a chi era partito per primo) e ancora qualche istante dopo una terza persona fa la stessa cosa: comincia a cantarla con ritardo rispetto a chi era entrato in gioco per secondo e con ritardo doppio rispetto a chi aveva iniziato il gioco. La cosa bella, la cosa divertente è che, se gli sfasamenti sono misurati ad arte, il tutto funziona benissimo: tre voci cantano la stessa melodia ma la cantano in modo de-sincronizzato. Questo è il principio della ‘imitazione canonica’. “Imitazione” perché le voci, eseguendo la stessa identica melodia si rincorrono e si imitano l’una con l’altra, e questa imitazione è “canonica” perché calcolata e misurata in modo da risultare efficace. Questo tipo di canone è stato impiegato nella musica occidentale a partire dal Medio Evo.
Dopo aver visto che cosa sia la costruzione melodica “a canone”, facendo cioè ballare insieme due o più ripetizioni sfasate della stessa melodia; ora posso anche dirvi che la parola canone viene in usata in musica, pure per indicare qualcosa di molto diverso: non un procedimento compositivo ma, invece, un repertorio. Tutti e due questi significati trovano la loro origine nel senso che il termine “canone” aveva nella lingua greca antica si diceva “kanon” e voleva dire “verga dritta”, quella utilizzata come unità di misura – era dunque l’equivalente antico di ciò che per noi è il “metro”. Il “canone” di cui vi dico adesso non è la misura di uno sfasamento tra le ripetizioni di una melodia prodotte da più voci o strumenti, ma è invece (o vorrebbe essere) la misura di un valore estetico. Si parla infatti di “canone” a proposito di quella costellazione di opere musicali che ascoltiamo e riascoltiamo nelle sale da concerto, quella selezione di grandi “monumenti” che, diciamo così, fanno cultura. Per esprimere l’idea in termini pittoreschi, potrei dire che questo “canone” è stato per molto tempo come una corona tempestata di diamanti (Bach, Mozart, Beethoven, Brahms), attorno alla quale si stende la rumorosa giungla delle musiche prodotte da autori detti minori, da quelli contemporanei, dalle musiche etniche, dal kitsch, dalla musica di consumo (per definizione orrenda e volgare) – insomma, tutte quelle che apparterrebbero alla pattumiera musicale globale o che comunque non fanno parte della cultura con la ‘C’ maiuscola.
Questa idea di “canone” che sto provando a spiegare, l’idea di repertorio costituito da capolavori incontestati, che appare doveroso ascoltare e riascoltare nel corso di una vita intera, è in realtà molto problematica ed è stata messa seriamente in discussione in anni recenti. Da qualunque angolo lo si consideri, questo canone mostra incrinature di vario genere. In una emissione di tanto, tanto tempo fa, per questo forse vale la pena che mi ripeta, osservai come questo canone sia costituito da opere di compositori soprattutto tedeschi (un po’ meno francesi e italiani), di sesso maschile, e deceduti da molto tempo. A pensarci, già questo fa venire qualche dubbio. Nel canone troviamo poi soprattutto alcuni generi e non altri: sinfonie, oratori, melodrammi; cose grosse quindi. Sembra che una tarantella per mandolino o una marcetta per banda, per definizione non possa entrare a far parte dell’Olimpo. A pensarci succede anche che il congelamento del repertorio che il canone rappresenta è messo in crisi proprio da chi lo ama e comincia a cercare altre musiche che lo possano arricchire (in genere, coeve a quelle che fanno già parte della schiera delle elette) . Un tempo il canone era ristrettissimo, selettivo, verticistico. Oggi con la continua riscoperta di musiche antiche degne di attenzione, il canone si è molto ampliato. Più diventa ampio e meno lo si può considerare “canone”. È come se tutti diventassimo parlamentari e allora il parlamento non avrebbe più gran ragione di esistere. Un altro problema inerente all’idea di “canone” è che ormai propone un repertorio fisso da venerare, che occupa molto spazio, e ne lascia solo scampoli per i compositori emergenti. Il canone, insomma, decreta il preponderante predominio dell’arte di ieri su quella di oggi. Una cosa del genere non è successa in pittura, non in architettura, non in letteratura. Abbiamo dunque a che fare con un concetto strano, forse poco utile, certamente difficile da definire nei suoi confini. La musica di Béla Bartók, per esempio, fa o non fa parte di questo canone? Credo che potremo discutere a lungo.
Per un bel po’ di minuti ho parlato di questa interessante idea di canone musicale che si identifica in un Pantheon di capolavori immortali, intoccabili, da mantenere continuamente in vita attraverso ripetute esecuzioni. Alcuni di voi penseranno che io stia semplicemente parlando di “musica classica”. In realtà non proprio, perché il concetto di musica classica è assai più ampio, dato che comprende anche i non capolavori. Per esempio, l’Ouverture di Beethoven chiamata “La battaglia di Wellington” non è affatto un capolavoro. Nessuno ha mai sostenuto che sia una composizione significativa di Beethoven. Eppure è considerata musica “classica”. Che un’opera unanimemente ritenuta mediocre possa, ciononostante, essere riconosciuta in qualche modo come “classica” è una cosa assurda che si è verificata solo in ambito musicale e che farebbe ridere gli appassionati di letteratura, pittura, o cinema. Un film modesto, è semplicemente un film modesto e non costituisce in alcun modo un classico della cinematografia anche se è di un grande regista. Mi viene in mente quel film di De Sica, intitolato “Giudizio Universale a Napoli” che non piacque mai alla critica e per questo non è considerato né classico né “canonico”.
Vedete allora come è complesso, contorto e contraddittorio il nostro modo di categorizzare gli ambiti del musicale. Una musica brutta può essere “musica classica” ed una musica bella può benissimo non esserlo. Siamo proprio inguaiati, non c’è che dire.
Note in libertà, 28.12.2009 - A cura di Marcello Sorce Keller