I Temi:
- ATTENTATO A MARRAKESH: BERNA E LE VITTIME TICINESI - di Riccardo Fanciola, Fabrizio Ceppi e Nadia Ambrosi
- LE PROTESI DELLO SCANDALO - di Eleonora Terzi e Alessandro Maccagni
Attentato a Marrakesch: Berna e le vittime ticinesi - di Riccardo Fanciola, Fabrizio Ceppi e Nadia Ambrosi
Corrado, Cristina, André e Morena. 4 giovani ticinesi finiti al centro di una cronaca fatta di morte, di emozione, di tristezza e di cordoglio. Travolti da un evento terribile. Eppure al posto di quei 4 ragazzi avrebbe potuto esserci ognuno di noi. Era già successo a Luxor, dove turisti svizzeri erano caduti sotto i colpi delle mitragliatrici imbracciate dai terroristi, oppure sulle coste colpite dallo tsunami nel 2005, quando a uccidere fu un’onda devastante. Era capitato e capita ogni anno ad altri svizzeri e ticinesi, vittime di incidenti o morti improvvise mentre si trovano all’estero. In quei momenti il ruolo di ambasciate e consolati è importante per chi si ritrova in balia degli eventi: conta la reazione pronta, l’efficacia dell’intervento, il coordinamento, il sostegno alle vittime, la sensibilità e la delicatezza verso le vittime e le loro famiglie. Non sempre tutto questo succede. Anche questa volta alcune critiche al comportamento delle autorità di Berna sulla gestione di questa emergenza e nei confronti delle famiglie colpite da questa tragedia non sono mancate. Ad alimentare ulteriormente la polemica è stata l’assenza di un rappresentante del governo ai funerali delle prime due vittime, proprio mentre a Parigi il presidente francese Sarkozy rendeva onore ai suoi concittadini uccisi nell’attentato.
Ma cosa si deve aspettare un cittadino svizzero dalle sue autorità quando resta
vittima all’estero di un attentato o anche solo di un incidente? Quali sono le procedure che devono essere seguite? Chi deve sostenere o accompagnare vittime e parenti ed organizzare eventuali rimpatri? E quanto davvero è efficace e reattiva la nostra diplomazia di fronte a crisi inattese e devastanti? Domande che Patti chiari girerà venerdì sera alla consigliera Federale Micheline Calmy-Rey.
Le protesi dello scandalo - di Eleonora Terzi e Alessandro Maccagni
L’allarme è partito dalla Francia, nel paese più di 30 mila donne potrebbero avere delle protesi difettose a rischio rottura. E peggio ancora la PIP, la ditta francese che le ha prodotte, avrebbe utilizzato un silicone industriale che potrebbe causare allergie e infiammazioni.
lo scandalo però ha varcato i confini francesi ad è arrivato in Svizzera. Anche nel nostro paese ci sarebbero circa 300 donne con queste protesi. Le telecamere di Patti chiari hanno ne hanno seguita una fino alla sala operatoria di una famosa clinica della Svizzera romanda. E qui le sorprese non sono mancate. Il risultato dell’operazione ha infatti confermato tutti le incertezze e le paure sulla scarsa qualità del prodotto francese. Le immagini dell’operazione non lasciano spazio a dubbi. Ma come è possibile? Chi doveva controllare? Chi ha utilizzato queste protesi e perche? L’inchiesta di Patti chiari mostra i retroscena di uno scandalo sanitario che solleva molti interrogativi sulle procedure di controllo e di verifica.
Oggi a distanza di più di un anno la polemica non sembra placarsi, pazienti, medici sono sempre in attesa di risposte. Ma c’è di peggio, queste protesi sono state utilizzare anche in un importante istituto oncologico Italiano che collabora con il Canton Ticino. Le testimonianze delle vittime e le risposte delle autorità e dei medici.