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Gli esami non finiscono mai

di Vincenzo Galasso

Plusvalore
Venerdì 17 febbraio 2017 alle 12:20

 

Un paio di giorni fa ci è arrivata dal Giappone la notizia che un robot ospiterà una trasmissione televisiva dal vivo. Androidol U, è questo il nome del robot giappone, alto 1 metro e sessanta centimetri e dalle fattezze umane, sarà in studio a rispondere alle domande dei telespettatori. Se la robotica e l’intelligenza artificiale possono  arrivare a questi livelli – se si può fare concorrenza agli uomini nelle nostre forme più antropiche, come la comunicazione e l’empatia, cosa ci riserva il futuro? Un mondo con un reddito minimo garantito per tutti ed i robot a lavorare per noi? Ci sentiremo dire, come in Blade Runner, “ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi”?

Andiamo con ordine. Il mondo ha già sperimentato diverse rivoluzioni. La rivoluzione industriale, ovviamente. Ma anche la rivoluzione informatica e dell’automatizzazione, a partire dagli anni 80. Come si è risposto a queste rivoluzioni? In primo luogo attraverso l’istruzione. La scolarizzazione universale, a spese dello stato, è comparsa dopo la rivoluzione industriale. La rivoluzione informatica ha invece dato vita ad un incredibile aumento dell’istruzione terziaria.  Le motivazione economiche sono evidenti. L’utilizzo sempre più massiccio dell’automazione ha modificato la domanda di lavoro da parte delle imprese, non più diretta prevalentemente verso lavoratori manuali – i colletti blue – ma sempre di più verso programmatori, informatici – i colletti bianchi. Il mercato trasmette questi incentivi in maniera molto efficiente. Inizialmente aumentano i salari dei – pochi—lavoratori che hanno le caratteristiche richieste – ad esempio gli informatici, mentre si riducono i salari delle categorie di lavoratori meno richiesti. A partire dagli anni 80, ciò ha creato un elevato “college premium”, ovvero salari molto più alti per i laureati – particolarmente in materie scientifiche – che ha spinto i giovani verso l’istruzione terziaria e, appunto, le materie scientifiche. Questo tendenza è facilmente visibile anche nei dati svizzeri. Tra le persone in età compresa tra i 55 ed i 64 anni, che quindi erano in età da università negli anni 70, abbiamo quasi un laureato su tre. Non un brutto risultato, se si pensa che nei paesi industrializzati dell’OCSE la proporzione è di un laureato su quattro. Ma se ci concentriamo invece sulle persone con età compresa tra i 25 ed i 34 anni, che erano quindi in età universitaria all’inizio del millennio, scopriamo di avere quasi un laureato su due. Un ottimo risultato. Solo il Giappone con il 60% e la Corea con il 70% fanno molto meglio.

Dobbiamo quindi puntare sull’istruzione anche per rispondere a quest’ultima rivoluzione, che arriva dalla robotica? Probabilmente si, ma con uno schema di gioco diverso. Fino ad ora l’apprendimento è stato concentrato all’inizio della vita – prima di entrare nel mondo del lavoro. E non sono pochissime le persone che tra università, master e dottorato di ricerca arrivano a studiare fin quasi alla soglia dei trent’anni. Tuttavia, l’allungamento della speranza di vita e la frequenza di queste rivoluzioni non ci consentirà più di accumulare il capitale umano solo da giovani. Dovremo imparare ad accettare di continuare a studiare anche più avanti negli anni. E’ una sfida molto difficile, perché molti studi empirici mostrano ad esempio che le politiche attive sul mercato del lavoro – quali training e riqualificazioni – funzionano poco per i lavoratori già cinquantenni. Molto probabilmente, il futuro ci riserva un mondo in cui studieremo da piccoli, come abbiamo sempre fatto, ma ci ritroveremo sui libri anche da grandi. Ci vorrà umiltà e curiosità intellettuale. Aveva ragione Eduardo de Filippo “Gli esami non finiscono mai!”.