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Carlo Castelli
Professor Martinoni, dopo Orlando Spreng restiamo nel panorama letterario luganese e incontriamo un altro autore che deve molto alla Radio Svizzera di Lingua Italiana (o meglio a Radio Monteceneri, come si chiamava un tempo). Uno dei divulgatori culturali che si sono formati dentro quella fucina di pensiero che fu la Radio durante i suoi primi decenni di vita. Un luogo che ospitò anche i rappresentanti più autorevoli della letteratura italiana... Certamente la Radio di quegli anni ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura di questo paese: sia perché, da un lato, ha offerto la possibilità a molti giovani di fare un certo tipo di esperienza (e anche di far conoscere le loro prose, le loro poesie, i loro lavori critici), sia perché - dall'altro - attraverso la Radio quei giovani hanno avuto la possibilità di incontrare persone (scrittori, uomini di cultura) che li hanno aiutati a maturare. Carlo Castelli, originario di Melide, è nato nel 1909 ed è morto nel 1982. A differenza di altri si è avviato un po' tardi verso le prove della scrittura. Qualcuno, ripercorrendo la biografia di Castelli e ricordando San Paolo, ha parlato di "via di Damasco": entrando alla Radio (prima in qualità di annunciatore e di radiocronista, poi come responsabile della prosa) Castelli ha avuto la possibilità di misurarsi con un mondo nuovo che gli ha dato molte sollecitazioni e che lo ha nutrito: da quel momento (mentre possiamo ricordare ancora, in questo ambito, i nomi di Filippini, di Ortelli, e anche di Calgari e di Bianconi) è diventato anche scrittore. La Radio, insomma, è stato un terreno dentro il quale formarsi e far maturare la voglia di scrivere.
La Radio, dunque, accanto alla scuola, ha dato diversi nomi di scrittori alla nostra storia letteraria. Rari gli uomini che si sono fatti da sé, se pure con lodevoli eccezioni: basti citare Sandro Beretta. Permetta una digressione. Nel mondo letterario italiano assistiamo oggi alla discesa in campo di professori universitari (un nome per tutti, Umberto Eco) vogliosi di cimentarsi con la narrativa. Cosa li spinge a questo passo? Intanto occorre dire che il fenomeno non è del tutto nuovo, anche se nel passato i professori (da Carducci a Pascoli fino a Sanguineti) sono stati più volentieri poeti che scrittori. Se passiamo in rassegna la ventina di autori - che in parte abbiamo già incontrato e che in parte incontreremo - vediamo che, tranne Beretta e Spreng, sono persone che hanno lavorato nell'ambito della Radio o sono degli insegnanti: attivi nella scuola elementare (è il caso di Plinio Martini), in quelle superiori - come Bianconi - o professori universitari, come Zoppi e Calgari.
C'è però anche gente di chiesa... Sacerdoti, come Don Felice Menghini e Don Francesco Alberti: gente legata al giornalismo e al mondo dell'editoria. Gran parte però dei nostri autori - e questo vale anche per i viventi - vengono dalla scuola. Forse perché a scuola c'è più tempo libero per la scrittura? Direi di no: a scuola c'è la possibilità di trovare più stimoli attraverso la necessità di leggere, da soli e con gli allievi, di discutere, di essere continuamente aggiornati: da qui forse nasce l'opportunità di cimentarsi con la scrittura. Scrivere un testo creativo è molto diverso dallo scrivere un saggio critico. Gli studiosi sentono qualche volta il bisogno di avere un altro tipo di rapporto con la scrittura e anche con i lettori. Fare ricerca è un lavoro appassionante: ma qualche volta ci si sente anche un po' soli. Invece lo scrittore racconta, può far uso della fantasia, che è uno strumento meraviglioso. Lo scrittore si sente più vicino e anche un poco complice del lettore.
Anche Lei è nel novero dei cattedratici che hanno percorso la strada della narrativa. Dopo il suo primo romanzo, Sentieri di vetro, uscito a Venezia nel 1998, tornerà ad assaporare il gusto del racconto? Scrivo di solito nei momenti di tempo libero. Così come altri vanno a fare allenamento o giocano una partita a scopa. È un bisogno, un piacere che fa bene allo spirito...
Per tornare a Carlo Castelli, cosa possiamo ancora dire della sua attività letteraria? Si è occupato soprattutto di teatro. Ha scritto per la Radio e anche per la scena. Alcuni suoi radiodrammi hanno avuto una certa notorietà anche all'estero: basterebbe ricordare la Ballata per Tim pescatore di trote che nel' 56 ha ottenuto il "Prix Italia". Dato però che in questa serie ci confrontiamo con gli scrittori, possiamo ricordare almeno un romanzo, Il sole negli occhi e alcune raccolte di novelle e di racconti, soffermandoci su una raccolta intitolata Gli uomini sono tristi, uscita a Locarno nel 1950.
Quali sono i temi maggiormente cari a questo autore? Si sente che Castelli è stato soprattutto autore di teatro. Anche quando leggiamo le sue novelle, i suoi racconti e i suoi romanzi, avvertiamo continuamente gli influssi del suo primo mestiere. I temi: i conflitti sociali, quelli individuali, le situazioni amareggiate da un pessimismo di fondo che pesa come una condanna. Qualcuno, anche se con le dovute cautele, ha fatto il nome di Pirandello. Si potrebbe dire che c'è un vago sapore pirandelliano negli scavi che Castelli fa dentro la mente e il comportamento dell'uomo. Spesso però l'atmosfera che passa attraverso i suoi radiodrammi ha toni esistenzialistici...
Di Carlo Castelli cosa proponiamo? Qualche pagina tratta da un racconto, Il tempo d'una follia, raccolto nel libro Gli uomini sono tristi: dove compaiono sulla scena un prete, Don Barnaba, e sua sorella, Albina, innamorata di un uomo che forse si è macchiato di un grave delitto. La narrazione è tutta incentrata sul dramma vissuto dal prete che (attraverso la confessione) conosce la verità dei fatti e sulla passione della donna, timida e scontrosa. Don Barnaba e la sorella siedono nella cucina della canonica. Il silenzio imbarazzato che pesa su di loro è figlio della "follia" che sembra avere spezzato ogni rapporto fra i due.
Un volo di piccioni passò attraverso la finestra, dalla cucina si udì quel loro rumore di fogli squinternati, e subito le campane si misero a suonare, i piccioni ripassarono più volte e il suono delle campane tremava dentro i muri lento e dolce come una vecchia parlata di madre, la madrecampana restava più a lungo nel muro, fin che l'altra più breve e secca giungeva a vuotare lo spazio. Poi andavano insieme nell'ombra e tornavano. Il prete si alzò da tavola avvicinandosi al fuoco. - Fa freddo - disse. Prese il libro dal sedile e lo aprì dov'era il segno (un nastro di seta) ma non leggeva; accese una sigaretta e ancora non leggeva fumando, guardava l'Albina riordinare la tavola e a volte asciugarsi gli occhi con una manica, l'Albina alta e forte quanto lui è magro e scavato, l'Albina con quel cancro dentro che non la distrugge, mentre distrugge lui magro e scavato la passione di Cristo e del Cielo; non la distrugge ed è solida, forse va internamente per ora come per le mele e i tronchi, e in lui la passione è un'eterna candela che scola e scola tutto il corpo di cera. Le due campane suonavano e Don Barnaba cambiò libro, prese dal cornicione del camino il breviario di pelle nera e molle, si fece il segno della croce guardando la sorella, poi chinò la testa sui rossi caratteri e incominciò a muovere le labbra. L'Albina accese la luce elettrica. Dopo un poco venne un uomo, entrò adagio senza bussare, era il sagrestano e disse che c'era gente giù ad aspettare, i tre o quattro della confessione e un ragazzo che veniva per un ammalato; Don Barnaba staccò il mantello da un chiodo e si avviò, l'Albina versava un bicchiere di vino all'uomo che aveva guardato la bottiglia sul tavolo senza aver fretta d'andarsene. E faceva un discorso qualsiasi, il sagrestano, tanto per dire che forse sarebbe venuta la neve un'altra volta stanotte, ma un gran danno non lo avrebbe fatto a nessuno. Poi, bevuto il vino, si lisciò i baffi con le nocche delle dita e diede la buonasera. Dalla porta disse: - Non dimenticate di serbarmi la pelle del lardo. Ma, siccome l'Albina non capiva affatto, tornò indietro a spiegare e disse che serviva per ungere la sega da segare la loro legna; ma certamente lei non poteva sapere di questa consuetudine e lui afferrava benissimo la sua meraviglia. Diede anche un'occhiata pratica allo stanzino che serviva da legnaia e valutò in ore di fuoco la legna che era lì, già segata e pronta. - Io - disse - sono un tipo come il Kaiser d'una volta. E scoppiò a ridere sonoro. Poi, visto che l'Albina non rideva, precisò che anche al Kaiser piaceva badare alla legna, senza che nessuno proprio gli comandasse di farlo. E se ne andò definitivamente. La cucina si stese in una tiepida sonnolenza notturna, dimenticata, la donna era ferma davanti al camino con le mani tese verso la fiamma.
Da C. CASTELLI, Gli uomini sono tristi, Locarno, Carminati, 1950, pp. 47-49.
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