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Pio Ortelli
Sedicesima tappa del nostro tour letterario tra gli autori della Svizzera italiana del Novecento. Siamo nel Mendrisiotto, e incontriamo un'altra personalità letteraria, Pio Ortelli: del quale possiamo cominciare a dare alcune coordinate biografiche... È nato nel 1910 a Mendrisio ed è morto giovane nel 1963. Da ragazzo ha aiutato il padre che aveva una cava di sabbia.
Questo è un dato biografico importante che influenzerà l'opera dello scrittore... Certo, perché diventa la cornice per il romanzo più importante di Ortelli, La cava della sabbia, uscito nel 1948.
Lo scrittore mendrisiotto compie i suoi studi universitari in Italia... Studia a Pavia, a Firenze e a Roma, dove si laurea con una tesi dedicata ad alcuni scrittori della Svizzera italiana. Poi lavora per un certo periodo presso la Radio: prima di passare al ginnasio di Mendrisio, del quale sarà anche direttore.
Svolse anche un'intensa attività giornalistica... Ortelli ha collaborato intensamente con alcuni quotidiani, specie con il "Giornale del Popolo": pubblicando racconti, prose di viaggio (sull'Inghilterra e la Sardegna), ritratti ricchi di umore, e anche numerosi scritti in difesa dell'italianità nel Cantone Ticino.
Queste sue collaborazioni non sono però mai state oggetto di una raccolta sistematica... Sarebbe interessante riunire in volume un romanzo come Frontiera, apparso a puntate sul "Corriere del Ticino" (nel 1953); di un altro testo, Il mio ameno Wellesdor, tuttora inedito, conosciamo soltanto alcune poche pagine.
L'opera più importante rimane pur sempre, penso, il romanzo La cava della sabbia che Ortelli pubblica a trentott'anni. È un opera ancora oggi leggibilissima. E non soltanto da noi. Tanto che un editore romando ha in progetto di stamparla in traduzione francese. Il racconto è ambientato in un Mendrisiotto rurale, in un paese oramai in bilico fra tradizione e modernità. Un paese però tutto sommato vero.
In quasi tutte le nostre conversazioni abbiamo parlato di possibili modelli letterari, specie guardando all'Italia. Per Pio Ortelli cosa possiamo dire in proposito? Noi non vogliamo, in queste nostre semplici conversazioni, entrare in discorsi troppo tecnici o nozionistici. Possiamo però senz'altro segnalare il nome di uno scrittore molto ammirato da Ortelli: Giovan Battista Angioletti; e che La cava della sabbia può ricollegarsi ad almeno due opere pubblicate in Italia negli anni immediatamente precedenti il 1948: una è Conversazione in Sicilia, di Elio Vittorini (un libro molto bello: lo dico anche perché è riferimento per il Signore dei poveri morti di Filippini); l'altra è Cronaca familiare, di Vasco Pratolini, uscita un anno prima della Cava della sabbia. Con un altro romanzo, Cronache di poveri amanti, lo scrittore toscano aveva vinto negli stessi mesi, a Lugano, il "Premio Libera Stampa". Questi rilievi ci permettono di segnalare come Ortelli - al pari di altri scrittori nostri attivi in quegli anni, soprattutto dopo la guerra - è estremamente attento ai nuovi fenomeni della scena letteraria italiana. Tanto è vero che il suo romanzo, oltre che tratti veristici, reca con sé coloriture neorealistiche.
La cava della sabbia ha un'evidente impronta autobiografica. Lei ha detto all'inizio che Pio Ortelli lavorò nella cava di suo padre. Quale storia racconta questo romanzo? Narra le vicende di una famiglia povera la cui unica fonte di sostentamento - come dice il titolo - è la sabbia. Nella cava lavora Martino, tanto duramente da poter permettere al figlio primogenito, Guido (nel quale possiamo riconoscere tratti autobiografici dell'autore), di continuare gli studi. Con questa promozione sociale sembra finalmente avere fine la vecchia, ancestrale povertà della famiglia. E invece arriva la tragedia finale: con la morte di Andrea, il figlio più giovane, rimasto sotto la sabbia che frana. Per Guido il riscatto dalla povertà diventa motivo di riflessioni molto amare. L'illusione del benessere, o almeno di una vita un po' migliore (mentre il paesaggio e la società stanno cambiando molto in fretta), cade all'improvviso, sotto il dolore della morte e il senso di impotenza che assale la famiglia dell'operaio.
Al di là della trama, si sente, nel romanzo pubblicato nel dopoguerra, quella spinta al progresso che diventerà poi sempre più forte e cambierà i connotati economici delle nostre regioni, che abbandonano la loro vocazione agricola... Nel secondo dopoguerra - come peraltro denunciano parecchie pagine dei nostri autori - il paese è cambiato in maniera radicale. Anche nel romanzo di Ortelli vengono a incontrarsi, e a scontrarsi, l'eterno e il nuovo, l'antico e il moderno, la tradizione e l'industrializzazione. Il Mendrisiotto della Cava della sabbia, è stato osservato, è più "autentico" di quello - qua e là mitizzato - di Francesco Chiesa. Martino è il simbolo di una frugalità che ha radici ataviche, di un attaccamento al lavoro che non ha ripensamenti; Guido, suo figlio, è il giovane aperto verso il futuro: sa che la scuola è strumento importante di promozione. Siamo sul discrimine di una civiltà che sta cambiando molto in fretta, e radicalmente: dal carro si passa all'autocarro (lo farà anche Martino): ma il "tradimento", generato dall'illusione, ha un grosso prezzo da pagare.
Insomma, il bisogno di progresso abbatte le pareti troppo strette del villaggio; occorre guardare ben al di là del proprio campanile... È l'eterno discorso dell'attaccamento al paese, della costanza, della fedeltà: valori che possono diventare forme di maledizione. Il passo verso la modernità si scontra però anche con l'incapacità dell'uomo di accettare appieno il nuovo, con la volontà di restare attaccato come un'ostrica al passato. Del resto il nuovo non significa soltanto progresso: a volte è violenza contro il paese e la società.
Quali spunti può ancora offrire, oggi, la lettura di un romanzo come La cava della sabbia? Al di là del fatto letterario, ci aiuta a conoscere il Mendrisiotto di settant'anni fa. La cava della sabbia narra una storia fondata su referenti geografici, sociali ed economici; oltre che - come si diceva prima - su spunti di natura autobiografica. Un ragazzo, a scuola (ammesso che trovi ancora la voglia o l'occasione di potersi confrontare con queste pagine), potrebbe scoprire un mondo a lui oramai completamente ignoto.
Che pagina ha scelto per noi da questo romanzo, professore? Speriamo di non voler essere troppo legati al tema della tragedia... Vorrei proporre la lettura della scena della morte di Andrea, il figlio più giovane di Martino.
Andrea discese nella buca che era presso la parete della cava e cominciò a lanciare sopra palate di sabbia sottile. Martino caricava il camion. Lavorava arzillo, Andrea, fresco e vigoroso. Lo prendeva spesso il desiderio di una gara, voglio buttare su in fretta, in modo che quando è pieno il camion, mio padre si veda ai piedi sabbia da caricarne un altro. Lavorava vispo e vibrato, intenso. Martino s'accorse subito del proponimento di Andrea. Si diceva: - Getta su la sabbia con grande foga; ma non è questo: sta zitto, mi guarda di tanto in tanto, sbircia verso la cassa del camion, si è proposto di affogarmi nella rena; gliela faccio io. E Martino prese a caricare più in fretta: meno veloce di Andrea, ma più esperto, riempiva il badile in modo completo e nel volo verso l'alto non uno spruzzo andava perduto: il moto delle sue braccia era calmo e stringato, non un centimetro più in là o in qua del necessario; le braccia rotavano, non una frazione di secondo perdevano, lo sforzo era cadenzato e regolare come il suo corpo ondulasse su una bilancia di precisione; il respiro intenso ma uguale. Andrea invece mostrava chiaramente la sua precipitazione. La giovanile gagliardia gli permetteva di sprecare le forze: alzava il badile due volte nel tempo in cui Martino lo sollevava una, ma spesso si impigliava nell'orlo della buca e parte della sabbia si scaricava: molta sabbia era spruzzata in giro e cadeva anche sul viso di Andrea che rideva e si scoteva senza parlare. Martino sorrideva, intento. Si notavano i due respiri, regolare quello di Martino, affannato quello di Andrea. Gli occhi si controllavano, la sabbia circolava. Il camion fu carico; ai piedi di esso v'era altra sabbia, ma non molta, non quanta avrebbe desiderato Andrea. Pure Andrea disse: - Hai visto che lavoro più svelto di te? Martino rispose: - Più in fretta, non però meglio. - Come no, guarda quanta sabbia ho buttato fuori in più nel tempo che tu hai caricato il camion. - Sì, ma io ho lavorato piano, tu te la sei scaldata: con il ritmo che avevi preso, non dureresti molto, io posso andare avanti una settimana invece. Andrea s'era sporto dalla buca, risalendo due piuoli della scaletta: doveva dar ragione a suo padre, ma non poteva dargliela vinta. Ridiscese. - Allora, disse, io continuo a gettar fuori sabbia, mentre tu vai via col camion, così ne abbiamo pronta per un bel po': dato che Ramiro fa vacanza. - Vuoi andare tu col camion? Vengo io a preparare per il prossimo viaggio. - Vai tu. Martino avviò il motore, mise in moto il camion, girò nella cava, intraprese a salire. Nella buca, appoggiato al manico del badile per riposarsi un poco, Andrea ascoltava il rombare del motore che saliva, lo seguiva con l'orecchio; dai battiti leggermente più robusti o meno, dalla distanza del suono arguiva il posto dove si trovava il veicolo. Lo vedeva voltare, passare davanti la loro casa, intraprendere la nuova salita, salire, regolare e lento come sempre quando era guidato da suo padre, rombare un poco più forte come per un ultimo sforzo, poi dopo un poco, respirare in tono liberato uscendo sullo stradone, e subito, assumere un ritmo meno forzato: suo padre aveva cambiato marcia e ora correva sulla strada piana. Scomparve il rumore del motore. Andrea si rimise a lavorare: - Vedrà quanta sabbia gli preparo: ha da non vedere più la buca, al ritorno, tanta gliene butto fuori. Lavorava, più calmo e misurato - non c'era suo padre presente, aveva tempo - ma intenso, senza sostare. Il mucchio, fuori, aumentava sempre più. Poi Andrea vide scorrere dalla parete della cava una striscia di sabbia, venne giù fino ai suoi piedi. Continuava a buttare fuori palate di sabbia. Poi l'immagine della sabbia vista scorrere arrivò al suo pensiero ed egli ebbe l'intuizione di quel che accadeva. Girò lo sguardo verso l'alto e vide la parete che franava.
Da P. ORTELLI, La cava della sabbia, Chiasso, Elvetica, 1970, pp. 196-199.
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